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Quando i giovani volevano cambiare il mondo e Monza profumava di cioccolato.

 di Adriana Colombo,

foto storiche gentilmente concesse da Alfredo Viganò (collezzione privata)

Il Sindaco Marco Mariani da giovane (foto privata del Sindaco)

Il Sindaco Marco Mariani da giovane (foto privata del Sindaco)

Quello che volevamo realizzare con questa inconsueta ed esclusiva intervista è un racconto di Monza attraverso la voce del nostro primo cittadino, il Sindaco Marco Mariani, in carica dal 2007, dopo esserlo stato già dal 1995 al 1997. Un emozionante viaggio tra cappellifici, tuffi nel Lambro, case di ringhiera e partite di pallone. Parole che dovrebbero essere lette, senza pregiudizio, da tutti. Dai giovani che potranno conoscere le radici di questa città e da chi vive qui da quegli anni e potrà rivivere emozioni che, solo la storia raccontata da chi questa città la ama e la vive da sempre, può trasmettere.Una generosa testimonianza di un uomo che si può realmente definire primus inter pares. 

 

Nasce a Monza nel 1953 ed è cresciuto in una corte, cosa ricorda di quello stile di vita?

Quando facevo le elementari ci davano un libretto: La città di Teodolinda, ne dovrei avere a casa ancora una copia, e iniziava così: “Monza ridente città della Brianza 65.000 abitanti”. Sto parlando del 1962-63, per cui non posso dire che ci si conosceva tutti, sarebbe un’esagerazione (anche perché c’erano dei quartieri ben definiti) però era un altro modo di vivere! Tu parli della vita di corte e, in effetti, io giocavo nel mio cortile e in quelli vicini, poi si andava tutti all’oratorio. Mi ricordo ancora la strada dell’oratorio San Gerardo, la via Sanzio e la via Raiberti oltre lo stop di via Enrico da Monza non asfaltate e i cerchioni delle biciclette che si rompevano perché c’erano delle fosse molto grandi. Io ho dei ricordi bellissimi!

Com’è cambiata Monza?

E’ cambiata per forza, ma mi sembra che sia cambiata un po’ la vita in generale: forse una volta era un po’ più facile stare al mondo: ora viviamo nell’epoca della comunicazione, di internet, dell’informatizzazione. Certo, se devi prenotare un albergo è comodo; però se io penso alla mia professione, da un punto di vista burocratico, rispetto a quando ho cominciato, non c’è paragone: è molto più complicata adesso. Oggi, banalmente, se non hai una segretaria, fai per l’80% l’impiegato, con tutto il rispetto, e per il 20% il medico. Credo che in uno studio sarebbe meglio se accadesse il contrario.

Ma, a parte il mio lavoro, faccio altri esempi di cambiamento: noi alle medie andavamo a fare a San fruttuoso o a San Rocco le corse campestri perché c’erano degli spazi enormi, senza bisogno di andare al Parco. Mi ricordo che partivamo in bicicletta dalla scuola Pascoli di via Lecco. È cambiata tantissimo. Non voglio fare il sociologo da quattro soldi, ma perché nelle case di corte facevano la ringhiera? Perché la gente si guardava in faccia, la sera, quando uscivi a prendere fresco, avevi di fianco un’altra persona e scambiavi quattro parole. Non voglio neanche fare il retorico e non sto dicendo che si dovrebbe tornare a quei tempi, però il fatto che oggigiorno sia abbastanza normale non conoscere nemmeno il nome dei propri vicini non è un bel segnale. Sicuramente la vita è anche cambiata in meglio: adesso, se hai un infarto, ti portano in ospedale, ti fanno una coronarografia, dopo due ore stai bene e non devi nemmeno essere operato, nel ‘62 morivi, in generale.

Rimpiange il passato?

Non sono quello che rimpiange il passato tout court anche perché mi sembrerebbe un esercizio abbastanza inutile; certe cose le ricordo con piacere: sotto casa mia c’è sempre stata l’Osteria del Molinaio (ndr. Ora il Tridente), e, dato che dopo viale Libertà a Monza c’erano molte cascine che funzionavano, io gli animali li ho visti lì, ci portavano col pullman alla cascina Vilora, la Catabrega, la San Bernardo e arrivavano i cosiddetti paesani, col carro e il cavallo, si fermavano all’osteria a bere il vino. Ce n’era uno, incredibile, tale Tullio, il Tùli, che arrivava ed era già “ingallinato” da matti, era già andato, però il cavallo conosceva la strada per cui faceva l’Osteria del Molinaio, poi lo portava al circolino in viale Libertà, poi lo portava a casa. Quando arrivò in Italia la televisione, intorno al 1954, l’osteria ne aveva una delle prime: quando c’era Lascia o raddoppia non so quanta gente c’era dentro, poi dietro c’era il campo delle bocce, per cui gli uomini giocavano ed io andavo a vedere.

Mi ricordo anche la fabbrica del ghiaccio in via Bixio, all’angolo con via Enrico da Monza, dove ti portavano in casa i panoni di ghiaccio. Lo avvolgevano nel sacco di iuta, altrimenti il ghiaccio ti ustiona, e lo mettevano nelle cosiddette ghiacciaie, ne ho ancora a casa una piccolina, e lì si conservava per quel che si poteva la roba; usciva dalla fabbrica del ghiaccio col carretto e col cavallo e poi svoltava in via Raiberti e noi andavamo a scuola anche il pomeriggio dalle due alle quattro ed eravamo lì ad aspettarlo e salivamo su fino all’incrocio con via Lecco, poi scendevamo e andavamo a scuola.

E in particolare la sua zona (via Bergamo), com’è cambiata?

Nella zona di via Bergamo e di via Raiberti erano tutte ringhiere. Anche adesso via Raiberti ha mantenuto questa conformazione. Io ho fatto in tempo a vedere l’immigrazione dal sud con le valige di cartone e la gente abitare in condizioni veramente brutte ed essere aiutata. A questo proposito vorrei sfatare certe stupidaggini, erano aiutati dalla gente che c’era qui! Per esempio capitava che i bambini non avessero nemmeno i quaderni per andare a scuola e le mamme della classe ne compravano qualcuno in più.

E’ vero che è stato chierichetto nella chiesa di San Gerardo?

Un ricordo bellissimo è quello di Don Attilio Valentini che è morto nel 1965. Io, al suo funerale, ho fatto il chierichetto: avevo 12 anni. Se entri nel cimitero di Monza, la sua tomba è proprio all’ingresso e c’è un porta lumini (che sarà circa lungo un metro) e, ancora adesso, a distanza di 45 anni se vai, trovi sempre tutti i lumini accesi, sempre! Era il prete delle carceri, me lo ricordo bene anche perché avevo fatto per un po’ di tempo il chierichetto con lui, lui andava nei vari negozi, andava dalla gente, per chiedere sempre qualcosa per i carcerati. Io mi ricordo la sua, chiamiamola così, casa. La casa del parroco della chiesa di San Gerardo aveva: il letto, un armadietto, la credenza, il tavolo e la stufa economica. Quella col rampino di ferro, che fungeva da riscaldamento, ci si cucinava e poi al tubo c’erano appesi dei ferri dove, d’inverno, la gente appendeva i panni ad asciugare; me lo ricordo perché era proprio l’emblema de prete che viveva in povertà, anche lui andava avanti perché gli davano da mangiare.

Com’era il Lambro?

Il Lambro, per la mia generazione, è sempre stato un po’ un rimpianto. Mi ricordo che al ponte delle Grazie Vecchie c’era la tintoria Frette e, un po’ più avanti, il De Simone. Proprio sotto il ponticello vedevi dalla Frette uscire tre tubi, tre colori diversi che andavano nel Lambro. Infatti, fino a 15 anni fa il Lambro era forse uno dei fiumi più inquinati d’Italia poi, tra l’installazione di alcuni depuratori e la chiusura di un bel po’ di ditte al nord di Monza(Villasanta, Carate) si è migliorata la situazione.

Quindi io no, non ho vissuto il Lambro. Ma mi ricordo mio padre, che era del 1911, e tutti i ragazzi della zona che imparavano a nuotare buttandosi dal ponte di San Gerardino: c’erano sotto i ragazzi grandi che li prendevano e quelli piccoli li buttavano giù, dopo dieci tuffi stavi a galla! Certo la lezione di nuoto non era proprio ortodossa, però funzionava.      

“Me purtaven lì e me tiraven denter. Gheren denter quei pusè grant che me tiraven su per i cavei. Dies volt sota e sunt a stà a gala anca mi!”.

Le mie nonne mi raccontavano che facevano il risotto con i gamberi del Lambro, io ho a casa delle ricette e ci sono alcune ricette che ti fanno sorridere, io non sapevo che nella cucina brianzola, molto povera in generale, ci fossero anche i gamberi, i pesciolini, i fritti!

Arrivano gli anni del Liceo, se non sbaglio ha frequentato lo Zucchi, che ricordi ha di quel periodo?

I primi due anni al ginnasio, sono stati molto duri perché avevamo un’insegnante bravissima ma, molto severa e su 27 ore ne facevamo 18 con lei (italiano, latino, greco, storia e geografia). Siamo partiti in 28 e in prima liceo eravamo in 17, buona parte dei quali, come il sottoscritto, con gli esami a settembre. Dopo quei due anni, i tre anni di liceo sono stati una vacanza, si studiava per carità ma una vacanza! Penso che i tre anni del liceo siano stati i più belli della mia vita: prima di tutto ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie; ancora adesso io vedo regolarmente tre dei miei compagni del liceo. Eravamo una bellissima classe di gente intelligente, ma di un’intelligenza viva, non solo gente che studiava tanto. Alla fine della scuola avevamo tutto il nostro giro di merende per la Brianza anche perché di Monza eravamo solo in quattro.

Quello che non mi piaceva di quel periodo era la situazione politica per me artificiosa e pericolosa: allora dovevi stare attento a dire certe cose perché ti spaccavano la testa da una parte o dall’altra. Si era arrivati al momento culmine della follia che se uno comprava il cosiddetto eschimo perché, magari, lo trovava a 5mila lire, o anche meno, in qualche mercatino a Milano e c’era gente che non poteva spendere e prendeva l’eschimo col pellicciotto, il cappuccio che teneva caldo, rischiava che gli spaccassero la testa, eri individuato politicamente tramite i vestiti. Se avevi i Ray Ban eri di destra: avevano perso completamente il cervello. Perché prima ti dicevo che la mia era una bellissima classe? Perché noi avevamo un paio di ragazzi del Movimento Studentesco di sinistra e ce ne erano un paio di destra, ma era tutta gente a cui non passava neanche per l’anticamera del cervello di aspettare in quattro o cinque uno dietro l’angolo e ammazzarlo di botte: discutevamo, litigavamo, poi ognuno restava delle sue opinioni. Quando si è giovani si vuole cambiare il mondo. Ma c’era un grandissimo rispetto e finite le discussioni giocavamo, andavamo a mangiare il gelato, si andava a spasso tutti insieme. Comunque non voglio fare polemica politica, m’interessa far capire che chi non era né di destra né di sinistra era una specie di tagliato fuori, e tra l’altro eravamo la stragrande maggioranza. Io non mi catalogavo né di destra né di sinistra non solo perché non mi sentivo né dell’uno né dell’altro, ma perché era una divisione patologica che non portava ad un confronto, ma il più delle volte portava allo scontro: erano botte da orbi. Poi in quel periodo, purtroppo, ci sono stati fior di morti, gente ammazzata per strada che ancora adesso mi chiedo: perché? C’era una violenza latente che era insopportabile.

Monza all’epoca era più famosa nel mondo per i suoi cappellifici che per il Gran Premio. Era una città di botteghe, che ricordo ne ha?

Mio nonno era il direttore del cappellificio Cambiaghi, mio padre ha fatto il perito chimico colorista a Prato, che ha avuto sempre una grande tradizione per i tessuti, poi nel ‘33 l’hanno mandato a Francoforte a specializzarsi nelle colorazioni, perché lui ha sempre lavorato nei cappellifici, ma preparava le miscelazioni dei colori per i cappelli, i foulard, le sciarpe. I cappelli avevano i nastri, io ho ancora a casa gli stampi, veniva sempre a casa con le dita di tutti i colori, prima di sedersi a tavola andava in bagno per pulirle con una spazzoletta di ferro. Una volta mi ha portato alla Borsalino di Alessandria che era uno stabilimento enorme, non potevi girarlo a piedi, infatti c’era un sacco di gente in bicicletta. Alessandria e Monza erano le capitali del cappello e mi ricordo che eravamo andati perché lui doveva trattare un affare e poi ci hanno portati a mangiare gli agnolotti, avrò avuto 10 anni.

Allora a Monza era difficile trovare un cortile senza un artigiano, per esempio in via Raiberti al numero 7 c’erano il sarto e il lattaio, che faceva anche i formaggi e i gelati: al numero 5 c’era l’elettrauto poi, dopo lo stop, c’era il carbonaio e l’elettricista. Di piccoli artigiani del cappello ce ne erano tantissimi! Ho letto che, nel momento culmine dell’attività lavorativa dei cappelli a Monza, c’erano 350 cappellifici; dal Cambiaghi che era grandissimo, che prima della guerra aveva 1.200 dipendenti, fino a quello familiare: adesso ne sono rimasti un paio. Mi ricordo mio suocero che nel 1975 fece un viaggio in Egitto e tornò a casa con un bel fez ed ha scoperto che lo faceva il suo amico di fianco a lui in via Venti Settembre. Prima della guerra il Cambiaghi faceva i sombrero, i fez e i cappelli piatti della polizia spagnola. Se andavi a New York o a Berlino, fino a qualche anno fa, trovavi, nei negozi del centro, dei cappelli fatti a mano da un cugino di mia madre che ha smesso quando aveva 75 anni, venduti a cifre notevoli: lui li vendeva a molto meno.

Quale sapore e quale odore sono, per Lei, Monza?

Il sapore dell’infanzia a casa mia è il sapore delle cotolette. Però mia madre era un’ottima cuoca anche di pesce perché mia madre ha avuto un padrino di battesimo, che era un vicino di casa dei miei nonni ed era uno dei primi meridionali venuti qua, e si chiamava Bilangione e faceva il vigile e le trasmise due passioni: una per il pesce, e l’altra passione per la boxe. Mia madre era l’antiviolenza per eccellenza, non uccideva nemmeno le zanzare ma, quando a partire dal 1967, ci furono quei famosi incontri Benvenuti Griffith che, combattendo negli Stati Uniti, qui li sentivi solo alla radio, per il fuso orario, lei alle 3 di notte si alzava, accendeva la radio, si faceva la caffettiera, quella napoletana, e si ascoltava tutto il match. Se alla televisione vedeva due pugili scarsi si alzava e andava via.

Se parlo di fuori casa, dove adesso c’è il cinema Apollo e hanno fatto la scuola, lì c’era una cava dove andavamo a giocare, lì c’era la fabbrica del cioccolato e quello è un profumo che è rimasto nelle narici di tanti ragazzini.

Il suo rapporto con il Monza?

Mio papà mi portava a vedere il Monza, ma, specie nella bella stagione, si partiva da casa, entravamo nel parco alle Grazie Vecchie, poi mi prendeva il panino e l’aranciata al Cavriga: allora c’era solo quello e facevamo un bel giro a piedi di un paio d’ore. Poi c’era una latteria in corso Milano, di quelle piccole, vecchie che faceva il gelato con quelle macchine di una volta, ancora con la paletta di legno e poi andavamo a vedere il Monza.  Andare al Sada per me era una specie di gioco, ma soprattutto un modo per passare un po’ di tempo con mio padre; mi divertivo, perché una volta andare a vedere la partita del Monza era come andare a teatro, anche uno a cui non piaceva il calcio ci andava perché si divertiva, doveva sentire i commenti. Allora parlavano quasi tutti in dialetto; c’era la gente che vedeva la partita seguendo il pallone, facendo avanti e indietro e ora della fine della partita aveva percorso i chilometri insultando il guardalinee, che ogni tanto non ne poteva più, si girava dicendo: “basta, non è possibile, non è che le sbaglio tutte, una ogni tanto… ”: era proprio un divertimento! Comunque abbiamo visto delle gran belle partite, alla fine degli anni settanta un paio di volte siamo stati vicini all’andare in serie A.

Dove iniziava la periferia alla fine degli anni settanta?

Per quel che mi ricordo io dopo il sottopasso di viale Libertà non c’era niente, solo la campagna. C’erano le case popolari e basta. Anche in via Bixio, via Canova, non c’era niente. Nel mese di Maggio tutte le sere si cambiava cortile per dire il rosario e mi ricordo le lucciole in via Bixio. Monza una volta era Duomo, San Gerardo, San Biagio: già San Giuseppe era lontano. A Cederna c’erano le case del cotonificio, perché allora si costruivano le case per gli operai e gli impiegati, che erano una bella cosa, perché le persone si trovavano con le case ad affitto moderato e vicino al lavoro e non avevano nemmeno spese di trasporto; anche perché allora quasi nessuno poteva permettersi una casa se non ereditandola.

La Villa Reale, quando ha smesso di vivere? Adesso sta ricominciando a essere viva con le visite guidate, i concerti, il cinema all’aperto, i fuochi di San Giovanni; quest’anno, anche, il dj set di Andy dei Bluvertigo, accompagnato da un’illuminazione a dir poco strepitosa. Il suo futuro?

La Villa Reale ha visto il lavoro della sovrintendenza negli ultimi 15/20 anni per il recupero del piano nobile. Che futuro ci sarà? Abbiamo fatto questo “benedetto” consorzio perché c’erano seri problemi sulle varie competenze tra Comune, Sovrintendenza, Regione. Questo consorzio cosa ha portato finora? Per me è stato una specie di miracolo, perché sinceramente, non mi aspettavo che in nemmeno un anno si arrivasse a tanto; si è fatto un bando di gara di 24 milioni di euro, tanto vituperato, ma perché io ho detto di sì? Chi vincerà il bando di gara non solo sistemerà il secondo e il terzo piano, ma avrà la manutenzione per 25 anni. Certo, avranno in gestione tutto il piano terra ma io come Comune sono tranquillo, perché nei prossimi anni non dovremmo spendere niente. Quando sistemi la C nobile, puoi permettere al turista un bel percorso da un’oretta e mezza, poi possono visitare i giardini Reali e, volendo, li porti in autodromo: insomma puoi combinare molte offerte turistiche sia storico, naturalistiche che sportive.

L’autodromo, cosa ci puoi dire del progetto di trasferire il Gran Premio?

Dipende da equilibri politici, non prendiamoci in giro, io posso fare tutto il baccano che voglio, ma se non mi aiuta la Regione…. Io, per esempio, vorrei sentire in modo assolutamente apartitico i responsabili di tutti i partiti regionali dire: “Il Gran Premio: giù le zampe”. Fino ad adesso l’ho sentito dire da Formigoni e dalla Lega. Gli altri silenzi mi preoccupano un po’.

Un saluto ai nostri lettori…

Spero di non essere stato monotono e di avere fatto rivivere a qualcuno della mia età dei bei ricordi.

Bagai cerchem de fà i brav e de laurà cun sentiment. I nostri vecchi dicevano: ma ti te ghe no un po’ de sentiment?

Era una via di mezzo tra un po’ di buon senso e l’onestà, e te lo dicevano quando da piccolo combinavi qualche marachella!

 

Ponte dei Leoni, foto storica

 

Ponte dei Leoni, foto storica
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti

Un commento su “Quando i giovani volevano cambiare il mondo e Monza profumava di cioccolato.”

  1. Grazie Marco, non sei stato per niente monotono e mi hai fatto riassaporare dei bei momenti della mia gioventù. Io sono Brugherese (precisamente sono nato a S.Damiano nel 1948), ma ho frequentato molto di più Monza.
    …quanti tranci di buona pizza presa da Mauro e divorata in compagnia di amici seduti sui bastioni del Ponte dei Leoni. Quante incazzature dei miei genitori, perchè anzichè frequentare La Pascoli (via Lecco), bigiavo per giocare a pallone nel cortile degli Artigianelli. Quante “forature” di bici inventate per arrivare tardi all’ITIS Hensemberger e tornare a casa il più tardi possibile…
    Quanti 500 lire spesi al cinema Astra a vedere le serie di “Angelica” (Michèle Mercier). Grazie x quanto hai fatto rivivere: Sam

    Inserito da Samuele | settembre 18, 2010, 10:11

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