Ci incontriamo una fredda mattina di Novembre in Piazza Trento e Trieste, a Monza, a pochi passi dalla Biblioteca Civica dove, da qualche anno, lo scrittore Walter Pozzi tiene dei laboratori di scrittura creativa. Mi sembra importante parlarne perché, spesso, si hanno opportunità straordinarie sotto il naso e non si vedono, perché c’è sempre, purtroppo, il brutto vizio di divulgare poco iniziative di stampo culturale. Io stessa, che vivo in Brianza da trent’anni, prima di intraprendere questo lavoro nel giornale ero all’oscuro che, affianco del Liceo Bartolomeo Zucchi, esistesse la possibilità di frequentare corsi di scrittura, oltretutto gratuitamente. Un’ottima occasione per tutti voi lettori che spesso ci scrivete racconti e ci chiedete consigli. Perché scrivere è un arte, una passione, ma anche un mestiere che va affinato e curato con la costanza e l’informazione. L’intervista non si svolgerà quella stessa mattina: il fato ha voluto giocare su un incontro non avvenuto quando, anni fa, a Milano frequentavo anche io una scuola di scrittura da dove l’insegnante Walter andò via lo stesso anno in cui io decisi di iscrivermi. Scusate la digressione, ma io avevo già conosciuto Walter attraverso i racconti dei suoi ex allievi e attraverso ardite trame degne di un romanzo Tolstojano. Una personalità descritta coloratamente, nel bene e nel male, e che, ampliando il ragionamento mi ha convinta che anche scrivere è destino. Come il pianoforte per il musicista, come la tela per il pittore. Avete presente l’odore dei libri e della carta?
“Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e gli altri, finalmente li ho vissuti”, raccontaci, in primis, chi è Walter Pozzi?
La frase, per quanto brutalmente riassuntiva, caratterizza molto il mio percorso intellettuale. Trent’anni sono quelli vissuti nel condizionamento, legato all’educazione familiare e all’addestramento/indottrinamento scolastico. Devo ammettere che uscirne non è stato facile, soprattutto dall’ampia serie di condizionamenti imposti dalla disciplina e dalla logica scolastiche. Comprendere che la vera funzione della scuola è quella di porre (e di imporre con ‘violenza’ attraverso la dinamica del voto e della promozione) agli studenti le basi culturali e gli automatismi di ragionamento di qualunque loro futuro percorso di pensiero, di scoperta del mondo e di crescita, è stata la più grande sfacchinata della mia vita. In questo percorso di coscienza mi hanno aiutato il fatto di non essere stato uno studente modello – ha contribuito una certa attitudine all’indisciplina ereditata da mio padre – e alcuni incontri importanti, tra i quali quello con il mio primo editore e il confronto con scrittori conosciuti in casa editrice. Nel frattempo ho scritto e pubblicato tre romanzi e ho cominciato l’attività, che svolgo tuttora con piena soddisfazione, di insegnante di scrittura creativa, in corsi presso la biblioteca di Monza e nella scuola che ho fondato nel 2003 a Milano. Quest’ultima è una realtà articolata, un progetto che nel tempo si è approfondito e ampliato: al corso focalizzato sull’arte del romanzo, infatti, modulato su più livelli di approfondimento, si è affiancato un corso di sceneggiatura, tenuto da Davide Pinardi, e sto organizzando un corso di giornalismo d’inchiesta che partirà il prossimo anno.
Ho letto che sei stato un istruttore di tennis, uno sportivo quindi, come sei arrivato dalla racchetta alla penna?
Quella del tennis è stata una passione giovanile che mi ha tenuto compagnia fino ai trent’anni, e devo dire che l’agonismo è stato una buona palestra. Mi riferisco in particolar modo alla componente psicologica di questo sport. Nella fatica del corpo e nel confronto con l’avversario, l’impegno della mente diviene un supporto fondamentale. Si impara a conoscere i propri limiti e a superarli. La partita è un corpo a corpo estenuante con l’altro. Sia dal punto di vista fisico che strategico: un’esperienza di poco più di un’ora che ti costringe a conoscere il tuo avversario (sotto il profilo sportivo: tecnico, quindi, e psicologico) molto in profondità.
Sostituendo la racchetta con la penna, mi sono reso conto che la differenza tra un atleta e un artista non è poi molta. Non ci si dà meno durante la stesura di un romanzo o di un racconto. Anche qui è un rapporto a due molto conflittuale. Il libro, così come l’avversario, diventa una sorta di doppio che a volte conquisti e altre volte ti sfugge. Ammetto tuttavia che la componente intellettuale, assente nello sport (in cui il gesto tecnico mira all’automatismo, quindi, a svuotare la mente), rende la scrittura un’esperienza unica e profondamente formativa per un individuo. Uno scrittore è un essere affamato di sapere, di realtà, di vita. E in più, rispetto all’atleta agonista, non mira ad abbattere un avversario e non ha ambizioni competitive, bensì fa del confronto un’esperienza formativa da condividere con la collettività.
Domanda simbolica: Federer o Nadal?
Federer è tecnica e strategia mentre Nadal è resistenza e tenacia. Occorrono entrambi nel bagaglio di uno scrittore.
Parliamo del tuo corso di scrittura presso la Biblioteca Civica di Monza, come si insegna a scrivere? La scrittura è un dono, un istinto o un mestiere che si può imparare?
Alla Biblioteca civica di Monza e alle persone che vi lavorano devo moltissimo. Sono quindi legato ai corsi della biblioteca per una questione affettiva oltre che professionale. È proprio alla civica che ho iniziato l’attività di insegnante, nel 2000.
La scrittura è un dono, di sicuro, ma anche mestiere e tante altre cose. Difficilmente si diventa bravi scrittori senza possedere degli strumenti di analisi della società in cui si vive. Senza sapere che noi, in quanto individui che si relazionano e che agiscono, produciamo significati. In qualunque momento della nostra giornata: dalla scelta dei vestiti a quello che diciamo. E avendo la scrittura a che vedere con il comportamento umano, con il vivente, inevitabilmente mette in scena un’interpretazione dell’esistente, si inserisce nel tessuto culturale (e, quindi, sociale), contribuendo alla formazione di modelli e di analogie nella testa del lettore. Per questo, scrivere è un atto di profonda responsabilità.
Per scrivere, quindi, occorre avere alle spalle un’importante formazione intellettuale.
La tecnica, per rispondere alla domanda, è, a sua volta, molto importante, e il suo insegnamento è ciò di cui mi occupo. Il dubbio che circonda le scuole di scrittura creativa è se si possa insegnare a scrivere. La mia risposta, per forza di cose, è sì.
Tra le mie attività, una parte rilevante è quella di direttore editoriale di una rivista di analisi politica, sociale e culturale, Paginauno, che riserva uno spazio alla pubblicazione di racconti inediti. Mi capita, quindi, di leggere molti elaborati inviati alla redazione, la maggior parte dei quali, purtroppo, per quanto ben scritti, non sono pubblicabili. Difettano proprio da un punto di vista tecnico. Sono privi di conflittualità, di forma narrativa e di potenza metaforica. Per un’opera di narrativa è un bel guaio.
Ecco, potrei dire che un corso di scrittura creativa, prima ancora di insegnare la tecnica, deve fare comprendere a un aspirante scrittore che esiste una tecnica. Che scrivere non ha nulla a che vedere con la scrittura sciamanica o con l’ideale romantico dello scrittore seduto sotto una pianta, catturato dalle suggestioni di un bel paesaggio, in attesa dell’ispirazione. Emozioni, osservazioni, sentimenti, ricordi, alla fine devono essere canalizzati all’interno di un costrutto narrativo. Un concetto valido per tutte le forme della narrazione umana, che si chiamino giornalismo, cinema, pubblicità o letteratura.
Tecnica o cuore, o entrambi?
Entrambi, intendendo per cuore la sincerità, la voglia di darsi, di entrare nella pagina con il proprio portato emozionale. Scrivere è anche trasporto, è immedesimazione, transfert. Uno scrittore che, in questi termini, non è sincero, non vale granché.
Quando e come è possibile iscriversi ad uno dei tuoi corsi?
Semplicissimo: è sufficiente telefonare alla Biblioteca di Triante, a Monza, e chiedere di iscriversi al prossimo corso che inizia a fine gennaio. Si tratta di un laboratorio di scrittura e di lettura aperto a tutti e gratuito. Meglio di così…
Per quanto riguarda i corsi della scuola a Milano, invece, sul sito (www.scritturapaginauno.it) si trovano tutte le informazioni.
Dai un consiglio ad uno scrittore esordiente….
Di non avere fretta di pubblicare, perché l’aspetto più importante di questo mestiere è il rapporto con quello che si scrive. La pubblicazione, semmai, è un problema di poi. D’altronde, quello dello scrittore non è certo un lavoro che dia fama o denaro, o, almeno, non lo si intraprende per queste ragioni. È un’arte, e, quindi, una passione. Una profonda relazione con se stessi, e, solo in un secondo passaggio, con gli altri. Un altro consiglio è quello di applicarsi con costanza alla scrittura. Mettercisi sopra il più spesso possibile, tutti i giorni. Allora sì che diventa un’esperienza unica, inimitabile e sempre irripetibile. Ma se non si tratta di una priorità della propria vita, tanto vale lasciar perdere.
Case editrici a pagamento: una realtà dovuta alla reale crisi dell’editoria o sciacallaggio a discapito di giovani scrittori?
La seconda delle due. Un editore deve investire economicamente sulla letteratura. Questo è un altro consiglio che posso dare: non pagate per pubblicare libri! Un editore serio si occupa dell’editing, della stampa (ovvero, se ne accolla le spese) e deve avere un contratto con un’agenzia che si occupi della promozione e della distribuzione dei libri. Altrimenti non è un editore, bensì uno che guadagna senza fare fatica a scapito della cultura, sfruttando l’ansia di pubblicare e l’ambizione di un aspirante scrittore divorato dal desiderio di vedere il proprio nome stampato sulla copertina del proprio romanzo. Finirà per ritrovarsi con un prodotto editoriale che non andrà mai in libreria e che, in compenso, avrà alleggerito il suo portafoglio.







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