di Marta Migliardi, foto di Daniela Castoldi
Non amo definire Andy, come spesso accade, ex Bluvertigo, a maggior ragione in un contesto come questo, ovvero un’intervista dove lui, musicista, pittore, artista d’eccellenza, racconta la sua esperienza presso l’Isa di Monza.
Il nome della sua ex band, in questa intervista, non viene neanche citato. Parliamo di colori, di luoghi, di borghesia e del tempo che passa. Parliamo di altezza, di punk, new wave, di energie, dell’ India, di Miami, di Honk Kong e di auricolari. Parliamo di fasci di luce, di marketing, di lavoro. Parliamo della Villa Reale, di genitori, di esposizioni, di vita e , ovviamente, della sua arte. Di quante cose si può discutere amabilmente con un artista come Andy che non siano i Bluvertigo!
Ups…l’ho scritto ancora!
In questo numero di Trantran abbiamo dedicato uno speciale all’Isa, il mitico Istituto d’Arte di Monza, oggi Liceo. Ovviamente non potevamo esimerci dal conoscere la tua esperienza, avendolo tu frequentato per 5 anni…
Sono stati senza dubbio degli anni di profonda formazione e anche di caos inconsapevole. Ero un quattordicenne alto un metro e 55 cm quando sono entrato, in prima, e sono uscito, nel ’90, con i capelli frisè e molto più alto: ero già arrivato, nel frattempo, a un metro e78 cm! In quegli anni si è svolto un percorso ricco di esperienze bellissime. Adesso la nuova generazione può godere di tanti miglioramenti, avvenuti anche grazie ad una serie di proteste e manifestazioni tese a portare attenzioni sulla struttura dell’Istituto d’Arte. Sono stato lì l’altro giorno, per scattare la foto che sarà sulle vostre pagine, ed è stato bellissimo vedere i laboratori nuovi, piuttosto che la nuova aula magna dove stavano inaugurando una mostra del FAI (Ndr. Fondo Ambiente Italiano). E’ avvenuto un progresso meraviglioso anche se, nello stesso tempo, non si capisce bene che tipo di futuro attenda agli Istituti d’Arte. Come ogni scuola è una tavolozza piena di colori, poi sta ad ognuno di noi attingere alle varie tonalità. L’istituto d’arte mi ha permesso di sperimentare tantissimo perché non era un sistema rigido ma un metodo sperimentale, in cui tanti insegnanti potevano interpretare il modo di insegnare, dalla grafica la design. Gli insegnanti uscivano dal solito programma statale: è una scuola dove gli individui fanno la differenza. Io, tra l’altro, ho partecipato all’autogestione del 1985, ero nella “commissione striscioni”: avevo imparato a fare le mascherine e sbombolettare gli striscioni che servivano per una manifestazione finale. Non si trattava del mero graffito con la parolaccia, ma di un modo di interpretare uno spazio artistico. C’era un’energia propulsiva molto forte!
La location della scuola è molto particolare e intorno all’Isa ci sono sempre stati molti pregiudizi e “leggende”. Sulla pagina di facebook degli ex studenti ho letto di bizzare situazioni ed episodi. Quanto c’è di vero in queste stravaganze e quanto invece è pura leggenda?
Nella mia esperienza personale non ricordo francamente di episodi così esoterici come le sedute spiritiche o di polli che vagavano per i corridoi. Certamente la matrice politica, specialmente negli anni ‘70, ha inciso molto. L’Istituto d’Arte, ai tempi, poteva rappresentare la Sinistra e gli scontri con il Fronte della Gioventù. Io però, del mio periodo, ricordo solo un gran via vai e, con il parco a portata di mano, la possibilità di falsificare le firme per entrare a scuola quando volevi era una pratica piuttosto diffusa che ci permetteva anche di godere della natura…cosa che non tutte le scuole avevano. C’è da dire anche che negli anni ‘80, o meglio nell’ 85, in un periodo di finto borghesismo, dove tutti facevano finta di avere un sacco di soldi, cosa di cui oggi noi paghiamo le conseguenze, additare il rockabilly piuttosto che il dark o il new wave era un modo per affermare il borghesismo imperante. Ed era anche una condanna, per quanto mi riguarda. L’Isa, infatti, era anche un manifesto di quelle che potevano essere le “bande” di un tempo: chi si associava ai dark, psyco dark …e c’erano anche dei paninari. Negli anni ‘80 queste erano forme culturali con un fervore molto forte perché permettevano a ragazzi molto giovani di interessarsi alla storia, alla musica, alla lettura. Adesso purtroppo vedo un uniformarsi generale, mentre ai tempi c’erano tante tipologie di cui l’Istituto d’Arte era un pullulare diversificato di tendenze. Io non vedevo il disfacimento ma, al contrario, una forza propulsiva e creativa.
Con le nuove riforme tante ore di pratica e laboratorio sono state tagliate e molti istituti stanno diventando licei artistici. Quanto è importante per te la pratica?
Partirei dalla premessa che a livello generazionale, è difficile avere le idee chiare. Molto spesso dei genitori troppo ingombranti decidono ancora per i figli come si debbano orientare, e così fanno mancare ad un giovane le basi e la curiosità. E’ già difficile poter scegliere. A mio parere poter fare tante ore di laboratorio è una possibilità preziosissima. Piuttosto che uniformare ad un programma legato alle normative, la cosa fondamentale è dare la possibilità agli insegnanti di avere un metodo sperimentale. Io sono stato contento di poter studiare cose diverse in una situazione come quella che ho vissuto io, proprio perché l’individuo insegnante poteva fare la differenza. E all’Isa è pieno di insegnanti fantastici che non sono solo quelli che seguono il programma ma anche quelli che ti aiutano dopo scuola se devi fare la tesi di maturità, ti aprono il laboratorio. Io ho imparato tantissime cose grazie a personaggi come Flavio Pressato, Lino Gerosa… questi per me sono uomini profondamente appassionati di quello che insegnano e quindi non fanno parte necessariamente di un sistema scolastico. Io sono dalla parte delle persone piuttosto che delle prassi di sistema.
Il binomio studi artistici e lavoro sembra divaricarsi sempre di più: c’è una grande difficoltà a poter vivere con l’arte imparata a scuola. Ho visto fra le tue realizzazioni degli auricolari di un noto brand personalizzati tramite la tua opera grafica. Un matrimonio ben riuscito fra arte e marketing. Che consiglio ai giovani che, usciti da scuola, devono iniziare a lavorare con la loro arte?
Oggi la situazione economica e sociale è difficilissima. C’è una vecchia generazione che specula sui giovani. Si è diffusa, oramai, l’abitudine da parte di aziende affermate di prendere i giovani in stage gratuito, con la scusa di insegnare loro come si lavora, senza, però, la minima intenzione di passare poi ad un’integrazione nell’organico aziendale. I ragazzi vengono presi e spremuti, le loro idee vengono saccheggiate ed essi talvolta svolgono persino compiti che i loro datori di lavoro non saprebbero fare, senza ricevere compensi. Ai miei tempi, almeno, un riconoscimento economico di solito era pattuito. E’ un mondo saturo. Tuttavia bisogna anche dire che spesso i ragazzi non hanno la perseveranza di sbatterci la testa per anni, provarle tutte e provarci ancora. Ed anche la perseveranza è necessaria, oggi come anni fa. Ci sono fasi che bisogna passare, esperienze su cui farsi le ossa: lo snobismo dei galleristi, il non essere pagato, opere rubate perché non avevo rilasciato una bolla d’accompagnamento, ecc. Sono cose in cui mi sono imbattuto per anni e solo negli ultimi due posso dire di avere goduto di qualche gratificazione.
Tu poi citavi gli auricolari che ho realizzato…li reputo un bell’esempio di arte applicata di cui Bruno Munari (Ndr. 1907-1998, artista e designer milanese) è stato un capostipite. Dell’arte applicata mi piace soprattutto il riconoscere il mio tratto, un frammento della mia arte, nella vita quotidiana di tante persone, in questo caso “vederla indossata”. Il solo consiglio che posso dare è di credere nel proprio talento e lavorare tantissimo, conoscere altre realtà, viaggiare per ampliare la propria prospettiva e focalizzare la propria ottica.
Sempre in tema di Villa Reale, dove ha sede l’Isa, l’hanno scorso sei stato protagonista di un dj set fantastico, a cielo aperto con, come sfondo, la Villa Reale colorata da luci proiettate, raccontaci di questa esperienza?
L’amore profondo che puoi provare verso la Villa Reale è strano da spiegare. E’ uno spazio istituzionale, ci ho studiato dentro però, in sé, tutto quello che concerne la Villa Reale, dentro di me, è uno spazio armonico. AreaOdeon (associazione culturale che promuove arte e cultura contemporanea e che coinvolge sia artisti locali che stranieri ad operare nel nostro territorio www.areaodeon.org), ha rielaborato al computer ogni parte della Villa Reale ricolorandola con fasci di luce in una manifestazione di videoarte applicata. Io non ho visto neanche a Berlino una cosa del genere, dei lavori più belle e più grosse (Ndr. trattasi di visual mapping, proiezioni architetturali). La mia città mi ha messo di fronte alla possibilità di vedere qualcosa di grandioso e proprio nella serata del mio dj set! E’ stata uno dei momenti più belli del mio percorso da dj che, in genere, si muove nei club o nei festival. E’ stata davvero un’esperienza preziosissima. Ringrazio davvero tutte le persone che mi hanno permesso di fare questo: è stata una serata molto, molto forte!
A Gennaio sei stato in India per esporre. Hai esposto anche ad Honk Kong, Miami…che differenza c’è fra l’esporre in Italia o all’estero?
Innanzi tutto all’estero viene a mancare un traino, quello del nome della band che mi ha visto partecipe per tanti anni. Per contro decadono anche i pregiudizi presenti nel mondo dell’arte italiana e dovuti al mio lavoro come musicista. Ricordo con entusiasmo la freschezza americana…a Miami avevo esposto in uno spazio collettivo, ma la gente guardava il lavoro con entusiasmo, faceva domande, era ricettiva.
Nel mio immaginario tu non hai età, ti vedo sempre uguale, ma che rapporto ha Andy con il tempo?
Io sono molto attaccato all’esistenza. Studio anche delle pratiche orientali che mi aiutano a cogliere la preziosità del mio tempo. Questo permettere di andare a fondo nella conoscenza di sé, di lavorare nella direzione della mancanza di ansia, cosa che ti porta a vivere il tuo presente.
Tre motivi per cui vale la pena vivere…
Primo motivo è che siamo un’opera, un meccanismo straordinario e vivere per capire come funzioniamo, dal punto di vista scientifico, spirituale o sociale che sia è già un gran motivo, una possibilità preziosa.
Secondo perché se l’unica vera certezza che abbiamo è la morte tanto più vale la pena di godere ogni istante di vita.
Terzo motivo è la bellezza del comunicare e sentirsi connessi.
Progetti per il futuro?
In questo periodo la pittura si sta muovendo bene…ultimamente mi hanno proposto di fare una sorta di mostra antologica sui miei primi 15 anni di lavoro: questo significa che dovrò andare nella stiva impolverata e vedere cosa mi ha portato qui, in modo da dipanare un percorso.
Poi, la musica. Con il progetto Fluon, assieme al grande chitarrista Fabio Mittino ed al grande socio di sempre Fabrizio Grigolo, diventeremo I Fluon, con l’album al quale da tempo stiamo lavorando. Stiamo lavorando all’ampliamento dell’album in modo assolutamente underground, al di fuori del sistema discografico, consci di una nuova realtà di fare e fruire musica, completamente diversa da quella che ho vissuto in passato. Vedremo…
Così di botto: qual è il colore che ti rappresenta in questo istante?
Non uno solo, almeno due: giallo fluo e viola fluo









Bella questa intervista!
Un concittadino di cui poter andare finalmente fieri.
Complimenti, Andy, continua così.