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Lorenzo Monguzzi: l’insostenibile leggerezza della musica d’autore.

Nel 2012 il primo lavoro da solista.

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Lorenzo Monguzzi, classe 1967. Brianzolo doc. Conosciuto ai più per aver fondato, a metà degli anni novanta, insieme a Piero Mucilli e Simone Spreafico i Mercanti di Liquore, con i quali ha inciso sei album (l’ultimo, Miserabili, nel 2008) e  ha partecipato a moltissime illustri manifestazioni musicali tra cui, una delle più importanti, Faber amico fragile tenutasi a Genova nel 2000, dove sono intervenuti alcuni tra i maggiori artisti italiani. Lorenzo nel 2012 uscirà con il suo primo lavoro da solista e, senza tante ipocrisie, ci spiega il perché di questa scelta. Tra i coloriti ricordi della Monza dei primi anni ‘90 ed i progetti per il futuro si delinea la  sua personalità ironica, allegra (quell’amara allegria tipica delle personalità complesse) e tagliente che rispecchia la scelta compositiva e autorale delle sue canzoni: non basta mica azzeccare i congiuntivi per essere un bravo cantautore….

Monza, metà degli anni 90: nascono i Mercati di Liquore (prima gli Zoo), il cui repertorio, inizialmente, era formato da rivisitazioni di brani di cantautori italiani e solo in seguito da composizioni originali. Da dove nasce la scelta di cominciare con rivisitazioni e non con brani originali?

Nasce dal fatto che all’inizio i Mercanti erano un progetto secondario, il principale erano, appunto, gli Zoo. In quegli anni avevamo per le mani un contratto con la Sony e, quindi, pensavamo che saremmo stati ricoperti di gloria, denaro e lussi vari! Contemporaneamente, però, ci piaceva fare queste serate, con finalità puramente economica, in acustico e abbiamo fatto la cosa più ovvia, ovvero abbiamo preso le canzoni che già ci piacevano e conoscevamo e ci siamo accorti che il repertorio che avevamo in comune era quello dei cantautori italiani: Guccini, De Gregori e soprattutto De Andrè che poi è diventato una costante. In realtà la vita di un musicista è fatta di estemporaneità. Per cui capita che il gestore di un locale, nel nostro caso, pensa il destino, era l’ Arci di Arcore, ci chiese di fare una serata in acustico. Allora io e Simone, per portare a casa quelle cinquantamila lire a testa, abbiamo dovuto tirare fuori un repertorio.

Abbiamo riscontrato, intervistando vari musicisti, l’importanza della terra di origine che ha spesso influenzato i grandi cantautori (Battiato). Per te quanto è stato influente nascere e vivere in Brianza?  Che rapporto hai con la tua terra?

Questo ho cercato di spiegarlo in una delle mie canzoni, Lombardia. Questa canzone viene spesso interpretata come un’incazzatura verso la mia terra, in realtà c’è dentro sia l’amore che l’odio, come è normale che sia. Quando una cosa ti riguarda hai tutto il diritto di amarla e cantarne le bellezze e le doti, però hai anche il diritto di incazzarti nel vederla cambiare in modi che non ti piacciono: essere lombardi, a differenza di quanto accade a coloro che provengono da altre regioni, è una condizione che ha dentro sé molto contrasto. Anche storicamente la nostra regione è stata venduta e ricomprata mille volte quindi è difficile mantenere una completa naturalezza verso questa terra che ti cambia continuamente davanti agli occhi. Un grande segno di appartenenza e di progresso, da parte della cittadinanza, sarebbe quello di difendere questa terra ed impedire che  la si “stupri” nei più svariati modi, a partire da certi mostri urbanistici.

Nei primi anni ‘90 Monza era molto attiva a livello musicale: dai Bluvertigo, ai Soerba, Garbo…. Come hai vissuto quegli anni di fermento? E oggi com’è musicalmente la Brianza?

Non so dirti oggi come sia la situazione perché io ora vivo a Bernareggio…a Monza le case costano l’ira di Dio!

…e poi sono sempre in giro. Sono convinto, comunque, che di gente che suona ce ne sia molta, ma mancano i locali per fare musica dal vivo, è molto difficile farsi sentire oggi. In quegli anni, invece, era piacevole vedere che c’era quel gran fermento ma riguardava la scena musicale più elettronica e modaiola…noi eravamo abbastanza altrove. Ti dirò, per tanti anni ho vissuto quella scena musicale con uno spirito di contrasto: noi eravamo di San Donato, quindi un quartiere di periferia mentre, per dire, i Bluvertigo erano del centro di Monza. Comunque ero e sono in ottimi rapporti con Andy, con cui avevo messo in piedi una sorta di Factory ad Arcore, nella zona più estrema e industriale che si chiama Cascina Bruno. Avevamo preso in affitto una palazzina con annesso un capannone. Le stanze della palazzina le avevamo affittate a personaggi inquietanti, nel capannone, invece, avevamo fatto uno studio di registrazione. Quando ho conosciuto Andy ho cambiato idea e ho smesso di pensare che erano quelli del centro con le conoscenze e i soldi…

Stasera, nello spettacolo Canzoni che balzano attraverso i secoli, non ti esibisci con i Mercanti di Liquore ma con Stefano Vergani (Felice Cosmo, Diego Potron e Luca Butturini): com’è nata questa collaborazione che ha, ancora una volta, come filo conduttore l’amore per il cantautorato italiano?

Questo spettacolo è nato con l’intento di divertire noi che suoniamo. Non avremmo mai immaginato che potesse diventare così di successo e di rifarlo per più di due volte! Il titolo è preso da una poesia di Bukowski in cui lui paragonava tutti i grandi artisti della storia dell’umanità a delle belve che hanno la capacità di balzare attraverso i secoli. Nessuno di loro, Bukowski per primo, si è preoccupato di “rimanere”, di lasciare delle testimonianze, anzi…spesso hanno fatto anche delle fini orribili e misere. Allora io ho pensato che ci sono anche delle canzoni che hanno fatto la stessa cosa e, loro malgrado, ci ritroviamo oggi a viverle come un qualcosa di popolare: ce le ricordiamo tutti ed uniscono generazioni anche molto distanti. Questo è il filo conduttore di questo spettacolo che per il resto è un minestrone pazzesco! Per esempio questa sera apriamo il concerto con una canzone di Shel Shapiro, E’la pioggia che va, una canzone che conoscono tutti ma probabilmente non sanno neanche più chi l’ha scritta. Nonostante questo rimane ed è come se fosse diventata una canzone popolare. Noi non sappiamo chi ha scritto La bella la va al fosso ma la conosciamo…Mi piace pensare, idealmente, che tra 100 o 200 anni una canzone che ho scritto possa fare questo percorso e diventi un patrimonio della gente: ma un patrimonio leggero. In questo spettacolo ci divertiamo e proponiamo delle cose da cantare insieme…

Cosa intendi per leggero?

Io mi muovo in quest’ambito che viene definito della “musica d’autore”. Se fai una canzone di dodici minuti con i congiuntivi giusti ti dicono che sei bravo! Tante volte mi capita di vedere tanti colleghi che usano un italiano colto fanno durare i brani tantissimo di modo che non li si possa ascoltare interamente in radio: così facendo già pensano di aver fatto una cosa di un certo valore! Secondo me non è così. Non dico che non si possa scrivere una canzone bella e lunga, che abbia anche un congiuntivo dentro… però è vero anche il contrario: ci sono canzoni talmente leggere, semplici e immediate che riescono ad evocarti qualcosa di più profondo di altre che magari hanno la pretesa di evocarti chissà che e non ce la fanno perché sono troppo pesanti. E non ti arrivano…

Dori Ghezzi, ultimamente, scherzando a proposito di De Andrè ha detto: “Era sicuramente più cazzaro che santo”. Qual è il limite tra buon artista e buon uomo? Per intenderci, paradossalmente, se Hitler avesse scritto belle canzoni lo avresti potuto stimare?

Per onestà intellettuale ti dovrei dire di sì ma è inevitabile che, essendo esseri umani, è impossibile. Ti faccio un esempio altrettanto assurdo e altrettanto forte. Io ho lavorato in un carcere, a San Vittore, dove ho tenuto per alcuni mesi un corso di musica. I miei allievi erano detenuti ed io, inizialmente, non sapevo chi fossero né quali reati avessero commesso. Avendo una cultura libertaria io ero molto più affascinato dal detenuto che dall’agente di custodia, cosa che, a ben guardare, è una cazzata ma è inutile negare questo fascino. Per me erano persone che di certo avevano sbagliato ma che per questo stavano pagando… li trovavo persone interessanti. Con alcuni di loro, dopo qualche settimana, si cominciava ad instaurare un rapporto quasi personale e di simpatia, poiché loro apprezzavano molto che io andassi lì dentro ad insegnare musica…per me era una cosa bella.  Ad un certo punto una delle psicologhe che lavoravano al carcere, secondo me sbagliando, mi ha detto i crimini di cui erano incolpati alcuni di quelli con cui lavoravo. Per quanto riguardava il “raggio dei tossici” e, dunque, dei reati legati alla tossicodipendenza, non c’era nessuno che mi spaventasse…quando però è arrivata a parlarmi dei miei allievi provenienti dal così detto “raggio degli infami”, in cui vengono reclusi i detenuti che non possono stare con gli altri, perché hanno fatto reati talmente schifosi che gli altri detenuti li ammazzerebbero….allora il mio atteggiamento è inevitabilmente cambiato. Quando questa psicologa mi ha detto che uno dei miei allievi era un pedofilo, io non sono stato più capace di provare simpatia. Sono riuscito a far lezione con lui e a trattarlo con educazione ma non riuscivo più ad avere tutto quel trasporto sul piano umano. Quindi, tornando a noi, se io amo le canzoni di un artista e dovessi scoprire qualcosa del genere sul suo conto la mia percezione cambierebbe inevitabilmente. Ed è, in fondo, un peccato. C’è, però, un modo per ovviare questo pericolo: basta non sapere nulla. Io lo dico sempre. Anche per quanto riguarda De Andrè. Nel suo caso, poi, le cose si complicano ulteriormente perché nel corso degli anni hanno preso il cadavere e l’hanno sezionato in tutti i modi possibili! Essendo stato invitato a vari eventi a lui dedicati ed avendo conosciuto tante persone che lo frequentavano veramente c’è stata la curiosità di chiedere com’era. Per racconti diretti, quindi presumibilmente veri, ne ha combinate davvero di tutti i colori: alcune divertenti, e allora ti aumenta il mito, altre davvero sgradevoli.

Alla fine, quindi, meglio non sapere. Se uno non sa niente ascolta solo la musica e l’apprezza per quello che è… e può immaginare tante cose. Al contrario, per esempio, sapere che De Andrè era pieno di soldi, e poi ascoltare La città vecchia ti fa strano e pensi: “eh bravo tu! Eri rampollo di una delle famiglie più ricche di Genova ma, dato che eri un po’storto, invece di stare negli ambienti della Genova bene andavi nei carrugi in mezzo alle bagasce e i bulicci (…come dicono a Genova)”.

Io, per anni, ho immaginato l’anarchico senza un soldo, con la frangia e i capelli unti…

Uno che gli insegnava la chitarra, per esempio, mi ha detto che si cambiava la camicia tre volte al giorno e che non si è mai versato il vino da solo in casa sua. Quando sai queste cose cominci inevitabilmente a smitizzare…per certi versi, però, bisogna anche smetterla di continuare a crearne “il santino” con programmi in cui il televisore gronda miele e vedendo i quali chi lo conosce si fa un sacco di risate!  Lo fanno sembrare una Madre Teresa di Calcutta con la chitarra in mano. Secondo me bisognerebbe mantenere una certa equidistanza da tutte due le cose: non santificare ma neanche andare a scavare nei vizi privati che tutti abbiamo, chi più chi meno….

Nel 2012 uscirà il tuo primo lavoro da solista: cosa dobbiamo aspettarci da questo lavoro? Puoi darci qualche anticipazione? Qual è la differenza tra il concepimento di un lavoro solista rispetto a quello di un gruppo?

Ti dico subito una cosa polemica: ho deciso di fare un disco da solista perché non sentivo più, da anni, alcuna differenza tra il fare un disco da solista o con il gruppo. Ad un certo punto ho detto: io vi voglio bene (perché non ci sono stati screzi), ma me ne vado per la mia strada. Il progetto andava benissimo però quando fai questo mestiere non puoi accontentarti che funzioni. Questo lavoro deve essere qualcosa che riguarda la tua vita: se ci si mette tutti quanti qualcosa della propria vita allora si è un gruppo, altrimenti, se solo uno ci mette tutto e gli altri danno una mano, a volte volentieri altre meno, allora tanto vale procedere come solista. Mi rendo conto che è un’affermazione dura, però è quello che io ho vissuto. Per questo motivo, davanti all’ipotesi di fare un disco nuovo, perché oramai  erano anni che dovevamo farlo come Mercanti, io non me la sono sentita. E’ come nel rapporto di coppia: quando qualcosa si rompe è meglio lasciare andare. Ci siamo lasciati aperti delle porte e siamo in pausa di riflessione…perché l’unico modo per cui magari, un domani, si possa di nuovo fare qualcosa insieme, era agire così adesso.

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