Plagiarism Tour 2012: un viaggio onirico fra immagini e suoni.
di Elena Gorla, foto di Francesca Fawn Masperi
Lorenzo Materazzo e Luca D’Alberto sono gli Ex Wave. Plagiarsm (Bollettino/Sony Music), il loro secondo album dopo Apri gli occhi del 2009. Due artisti formatisi nelle più grandi scuole di musica (Teatro alla Scala di Milano, Mozarteum di Salisburgo, Royal Academy di Londra) accomunati dall’esigenza di dialogare con la modernità. In meno di due anni dalla loro formazione hanno già ottenuto importanti riconoscimenti: nel luglio 2008 hanno aperto le date milanesi dei concerti dei Deep Purple (di cui sono stati supporter anche quest’anno il 18 luglio all’Arena di Verona); nel giugno 2009 sono stati invitati a suonare al Palazzo Reale di Monaco di Baviera da George Michael che, dopo averli ascoltati, in un’intervista ha dichiarato: “La musica degli Ex.Wave è assolutamente nuova, fantastica. Avvolge e cattura dall’alto”.
Inutile aggiungere parole a questo entusiastico ed autorevole giudizio, bisogna ascoltarli.
Li incontriamo alla Salumeria della Musica di Milano dove stanno presentando, con uno spettacolo decisamente fuori dalle righe, un mix di suoni e visioni, l’anteprima del PLAGIARISM TOUR 2012 (per informazioni www.barleyarts.com).
Parlateci un po’ di questo particolare show live, cosa deve aspettarsi il vostro pubblico da un vostro concerto?
«Per preparare questo spettacolo c’è voluto davvero moltissimo tempo, quasi due mesi, non per definire i brani ma proprio per costruire assieme al regista la parte scenografica. E’ una scenografia molto particolare perché vuole introdurre quello che avviene nel disco…e dal disco si rimane abbastanza “storditi”…c’è tutto questo suono che ti avvolge in ogni direzione. Per questo tradurre il suono in un effetto scenografico è stato un gran lavoro, volevamo catapultare lo spettatore in una dimensione virtuale, in una dimensione onirica, in cui non si rendesse conto del confine fra il reale e la finzione, anche per quanto riguarda la musica: volevamo che lo spettatore non capisse se la musica che ascolta è completamente originale o se ci sono dei campionamenti, delle citazioni. Alla fine quindi, fra musica e immagini, lo spettacolo si risolve in un’arte unica che si ricrea e rigenera dall’inizio alla fine, senza confini definiti con lo scopo di rapire lo spettatore, di trascinarlo nel nostro mondo a scoprirne le molte sfaccettature».
Molto curati e densi di immagini forti anche i video dei brani…come sono nati? Avete curato direttamente anche la loro ideazione e realizzazione?
«L’aspetto visivo della nostra musica ci è stato suggerito dalla musica stessa, dalle note. Ci hanno sempre detto che è una musica molto cinematografica, molto visiva e noi ci siamo fatti spontaneamente condurre dal suono nell’evocazione dell’immagine. Per la parte video ci siamo affidati a Simone Petrini per la scenografia ed i video sul palco e Fabio Scacchioli, registi di grande talento ma abbiamo scelto di curare personalmente la parte relativa al montaggio, sulla base della nostra sensibilità musicale e delle nostre personalità. Per questo crediamo che la parte visiva dello spettacolo sia davvero un aspetto importantissimo, essenziale. Così nel live emerge questa doppia anima, reale e virtuale. La realtà e resa dalla fisicità dei nostri strumenti classici, la viola, il violino e il pianoforte, mentre la fluidità, l’oniricità dell’elettronica è commentata visivamente dalle immagini».
Com’è nata in voi la necessità di svincolarvi dall’impostazione classica che ha caratterizzato i vostri studi e come avete identificato il percorso per fondere classico ed elettronico fino ad arrivare a ciò che è Plagiarism?
«Ci piace dire che Plagiarism, oltre ad marcare un’evoluzione delle nostre persone è anche una sorta di esplosione: da ciò che eravamo verso quello che stiamo diventando. Noi veniamo da un mondo, quello della musica classica, in cui si vive sommersi dai vincoli. Siamo cresciuti per 15 anni con l’abitudine di studiare nella solitudine delle proprie quattro mura, salvo poi ritrovarsi padroni di un enorme bagaglio tecnico che finisce con il ridurti a mero interprete di lavori di altri. Noi abbiamo avuto la fortuna di renderci conto che l’idea di musicista vero (ed è un’idea che arriva direttamente dal sette-ottocento, con Mozart, Beethoven e tanti altri grandi musicisti dell’epoca), non è quella di esecutore ma di artista globale, qualcuno che crea e innova mettendoci del suo. Per questo abbiamo pensato di metterci in gioco: il bagaglio tecnico c’è ed è una base acquisita, ma abbiamo scelto di spingerci oltre, aprendoci ai suoni, agli strumenti e all’elettronica. Una creazione che sia arte totale, inevitabile mete reca i segni del tempo in cui nasce, per questo oggi, non è possibile trascurare il versante visivo, anzi bisogna integrarlo e armonizzarlo».
In questo lavoro la volontà di sperimentazione è davvero molto evidente, credete che in futuro questa voglia di innovazione vi porterà su vie ancora diverse rispetto a quelle che oggi state percorrendo?
«In realtà, anche se questa è una presentazione del nuovo album, noi stiamo già lavorando al terzo…per ora stimo rafforzando le basi concettuali già presenti in Plagiarism e la nostra impostazione, la nostra firma, sta diventando sempre più leggibile. Con questo nuovo lavoro che stiamo affrontando ci stiamo rendendo conto che per noi, lo sforzo più impegnativo è quello di “lavorare di sottrazione”, nel senso che abbiamo un bagaglio così vasto dal punto di vista tecnico ma anche di ascolti, che tutto ciò che conosciamo e abbiamo fatto nostro tende a confluire nella nostra musica: ecco il nostro impegno attuale è togliere. Non vogliamo approfittare del barocchismo che la nostra impostazione accademica inevitabilmente ci palesa come la via per noi più facile. Togliere elementi, cercare l’essenza nella semplicità, togliere i virtuosismi fini a sé stessi. Vogliamo che la ricchezza di idee, di faccettature insite nella nostra musica e nei nostri modi di essere emergano in modo naturale, non forzato».
Nel disco sono presenti anche 2 cover di brani assai distanti fra loro: perché li avete scelti? Nella scelta è insita anche una volontà di aprirsi a quello che è il mercato discografico?
«Intanto l’idea di cover già di per sé sposava l’idea di Plagiarism a meraviglia…poi volevamo dimostrare che talvolta una cover può essere non solo più bella dell’originale ma può essere anche “altro” dall’originale. Nel caso degli Arcade Fire, soprattutto la cosa è nata così…ascoltandoli abbiamo selezionato tutto ciò che non ci piaceva delle loro canzoni e abbiamo pensato di rifarne una (My Body is a Cage) e di farla diventare bella. Poi la cover può anche una mossa commerciale perché, indubbiamente, da molta visibilità, ma non è stato questo il motivo che ci ha spinti a realizzarle. Per noi le cover sono state una sfida, soprattutto quella di Poker Face di Lady Gaga: eravamo desiderosi di cimentarci con qualcosa di completamente diverso da noi da trasformare, riarrangiandolo in chiave completamente diversa, in chiave dark».
Torniamo a Plagiarism: l’idea di plagio insita nel titolo è evidente. È una provocazione che volete lanciare al mercato italiano?
«Innanzitutto dobbiamo dire che il mercato italiano, anche se nel suo complesso è molto distante dall’idea di Plagiarism, sta reagendo molto bene al disco, anche perché nella realtà il mercato è fatto da persone, e molte persone hanno voglia di cose nuove, di qualità non dei soliti prodotti. Il più grosso difetto del mercato italiano, anche a livello critico, è quello di cercare sempre di inglobarti, di classificarti. Quando non riesce a classificarti allora il giudizio è: un po’troppo vario…
Se non riescono a definirti i critici impazziscono! Di fronte alla nostra musica il critico classico resta spiazzato, non può dire nulla di male perché tecnicamente ci trova impeccabili ma nel contempo non capiscono perché abbiamo scelto di staccarci da un percorso classico; i critici più rock, invece, quasi ci snobbano per la nostra impostazione classica…insomma se non catalogano non sanno come muoversi e danno origine a una querelle tra classico e moderno davvero senza senso, destinata a lasciare il tempo che trova. L’arte deve essere considerata sotto una prospettiva più ampia e globale, non settoriale e manieristica. Per fortuna le persone, il pubblico, almeno un certo pubblico, sfuggono alla logica del mercato e seguono il proprio gusto, la propria sensibilità e noi siamo un esempio concreto che anche in Italia si può fare qualcosa di qualità, qualcosa che vada oltre il solito pop, e si può farlo anche con il supporto di una major. Ci teniamo a dirlo ai tanti musicisti di valore che esistono nel nostro paese: non bisogna rinunciare, la buona musica si può fare».
La copertina del disco è davvero molto bella, un mix di pop art e musica con i tanti volti di musicisti famosi di epoche diverse…chi l’ha ideata?
Ci ha aiutati un nostro amico pittore e disegnatore, bravissimo, che l’ha realizzata a partire dalla nostra idea di una copertina che racchiudesse un po’tutto ciò che c’è all’interno del disco. La copertina rappresenta in modo immediato questa idea di “tante cose e di livello”: tutti i musicisti che vi sono raffigurati hanno a loro modo cambiato la storia della musica e hanno segnato le nostre vite e i nostri percorsi. Qualcuno è più semplice da riconoscere, qualcun altro un po’ meno, come Aľfred Šnitke (compositore russo, 1934-1998), che è addirittura raffigurato due volte, da giovane e da vecchio. Poi di solito notiamo una certa fatica nel riconoscere anche Shumman, (Ndr. compositore tedesco, 1810-1856), Ozzy Osbourne, che viene scambiato per Marilyn Manson, Arturo Benedetti Michelangeli (Ndr. pianista classico), Freddie Mercury, Madonna, che va cercata bene perché è un po’ nascosta…tanti altri: a voi la ricerca! ».







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