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Giorgio Riva, Presidente dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali) sez. Monza e Brianza

La concretezza dell’amore.

di Marta Migliardi, foto e reportage di Alberto Zanardo e Francesca Fawn Masperi

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In una fredda giornata invernale mi reco a far visita all’Enpa sez. Monza e Brianza e incontro Giorgio Riva, Presidente della stessa dal 1974.  L’appuntamento è presso la sede del canile di Monza, all’Ex Macello, in via Buonarroti. Un luogo che fu per molto tempo sinonimo di morte per gli animali, oggi ha ribaltato il suo karma. Quando dico canile non immaginatevi solo le gabbie con i cani. I volontari dell’Enpa sez Monza e Brianza e Giorgio Riva stesso, hanno a che fare con galline, oche, capre, pony, cavalli, cani, gatti e conigli. C’è grande fermento: i volontari che si aggirano veloci per dar da mangiare e curare tutti, i visitatori (perché qui non c’è niente da nascondere) che, magari, cercano un peloso da adottare: è un brulicare di voci, latrati, starnazzi, belati. Normalmente, quando mi è capitato di visitare altri canili (io stessa ho adottato la mia cagnolina in un’altra struttura), ero persuasa immediatamente da un senso di dolorosa impotenza. Qui è stato diverso: impegno concreto e amore muovevano l’aria pungente trovando spazio nel caos ordinato di uomini e animali: c’è sempre tanto da fare! Intendiamoci, è comunque triste vedere animali in gabbia, tutti con le loro storie alle spalle, storie di abbandono, maltrattamento o semplice sfortuna, ma questa struttura, questa gente, sa ben coniugare la responsabilità e il dovere  dell’organizzazione con il sincero affetto verso gli animali che, posso ben dirlo, nella loro infelice sorte sono senz’altro stati fortunati a capitare qui. Ghandi un giorno ha detto: “La civiltà di un popolo si misura nel modo in cui tratta i suoi animali”.

Gahndi amava molto anche gli uomini.

 

Giorgio Riva, presidente dell’Enpa sez. Monza e Brianza, partiamo dalle origini: come nasce il lavoro dell’Enpa qui a Monza?

«Io sono entrato nell’Enpa nel 1974, oramai è preistoria! C’era una sede dal 1940 creata da un prete, Monsignor Baraggia, che era un personaggio famoso cui Monza ha dedicato anche una strada. Un prete certamente fuori dagli schemi. Quindi, se l’Enpa in assoluto, è stata fondata da Giuseppe Garibaldi, che era un anticlericale incredibile, la sezione di Monza, nel 1940 è stata fondata da un prete: questa è una cosa un po’ strana, a ben pensarci…

Nel 1940 l’associazione era in un momento di grave crisi, erano in poche persone: l’immagine dell’Enpa di Monza erano le vecchiette che davano da mangiare ai piccioni, ne ricordo una in particolare, la Marisa dei gatti, invalida civile con la madre paralizzata, che tutti i giorni con la sua borsa con dentro la trita o il polmone trito (ai tempi non c’erano le crocchette) andava dietro il Duomo, che allora non era un posto così chic, a nutrire le colonie di gatti della città, in qualunque giorno e con qualsiasi condizione atmosferica. Questa Enpa era piena di buone intenzioni ma priva di ogni organizzazione…»

 

Come sei, quindi subentrato?

«Io ho avuto la fortuna di incontrare, per riavviare l’Enpa, una persona molto particolare, il Dott. Giancarlo Mannati che era l’allora direttore dell’allevamento dei cavalli da corsa del Parco di Monza. Il Dott. Mannati era italiano ma era cresciuto, sotto gli inglesi, in Kenya, e amministrava dal punto di vista veterinario, per conto degli inglesi, un’area grossa come la Lombardia. Insieme a lui abbiamo riaperto la sede dell’Enpa di Monza. Io non sapevo niente e da lui ho imparato molte cose… innanzitutto l’importanza dell’organizzazione: ossia che in qualunque associazione tu non puoi lasciare tutto al volontarismo puro. Bisogna prima creare delle strutture e in queste incanalare e organizzare i volontari e dare loro delle regole, perché altrimenti è il caos. Ho visto tante associazioni ottime negli intenti, morire, esplodere o implodere, perché mancavano delle regole! »

 

Come avete strutturato l’Enpa sez. Monza e Brianza?

«Siamo partiti innanzitutto aprendo la sede, com’è ancora adesso, il giovedì sera. Ho poi cercato di mettere in maggior rilievo il contatto con il pubblico, senza paura di esporci: se fai e dimostri, secondo me poi la gente ti aiuta! Questa politica di apertura alla gente mi ha dato ragione… e oggi ancora non ci credo. Ti faccio un esempio: se lanciamo un appello sul nostro notiziario dicendo “ci serve una lavatrice”, dopo poco tempo arriva, perché c’è mobilitazione. La gente ci aiuta perché vede che tutto quello che é stato dato viene messo concretamente a disposizione degli animali….»

 

A proposito di concretezza, quanto conta in questo campo?

«Io sono una persona assolutamente concreta, brianzolo da cinque generazioni. E la mia “brianzolità” l’ho messa al servizio dell’Enpa e degli animali. In più provengo da una famiglia di commercianti quindi ho messo a disposizione dell’Enpa anche questo aspetto. Infatti, io lo dico sempre, questo mestiere si fa con il cuore e con il cervello. E questa miscela deve essere giusta. Il cervello ci vuole per razionalizzare determinate scelte, spesso difficili. Il cuore per lo spirito di sacrificio che devi sempre mettere in conto».

 

Davanti a certe crudeltà verso gli animali viene davvero voglia di voltare la faccia. Come fate voi a non chiudere gli occhi ? Dove trovate il coraggio?

«No, non si possono chiudere gli occhi. La prima cosa che devi farti è una piccola corazza e razionalizzare le tue emozioni. Non devi avere paura del sangue, anche queste cose fanno parte dell’Enpa. L’Enpa è un’associazione dove i volontari imparano a misurarsi con gli animali, quelli veri, non sono solo quelli “vitruali”, per quanto io abbia molta stima anche per tutte le associazioni che si occupano dei diritti degli animali a livello ideologico. Noi siamo un’associazione in prima linea: non bisogna avere paura di sporcarsi di cacca o, peggio, di sangue. Perché se non lo fai tu, non lo fa nessun altro. Ho ancora ben impressa la prima volta che ho dovuto aiutare una veterinaria a sopprimere un cane che aveva un tumore bruttissimo e non vi era scelta. La ricorderò sempre. Dopo ne ho visti tanti altri ma ho dovuto vincere la paura e il dolore perché se vuoi davvero aiutare gli animali non puoi permetterti di mettere la testa sotto la sabbia. Gli animali hanno bisogno di gente che stia con gli occhi belli aperti e che intervenga quando bisogna intervenire. Senza paura».

 

Com’è cambiato il canile di Monza negli anni?

«Riprendendo la nostra storia, nel 1974 mi sono trovato senza un canile. L’Enpa teneva 10/12 cani trovatelli in un canile a Lissone. Abbiamo tentato, in primis, di aprire un canile per conto nostro ma ci mancavano le risorse finanziarie. La grande svolta c’è stata nel 1983, quando i canili, che erano allora comunali e in cui spesso i cani venivano soppressi (a causa di vecchie leggi) dopo tre giorni, vennero messi sotto le USL. Il canile di Monza passa a otto Comuni ed io, a questo punto, mi sono presentato all’Usl di Monza chiedendolo in gestione. L’Enpa è stata la prima in Italia a credere in un accordo tra il pubblico e il privato: un’associazione animalista e un ente pubblico. Il canile ereditato era fatto di quattro box, in condizioni disastrose. Siamo cresciuti, il canile di oggi l’abbiamo costruito noi quasi interamente a nostre spese, anche se oggi, oramai. è superato e stiamo aspettando fiduciosi il nuovo canile che ci permetterebbe anche di lavorare in maniera più razionale».

 

Ultimamente, purtroppo, anche in città, non si parla più solo di abbandoni di cani e di gatti ma c’è una varietà anche bizzarra di animali dettata delle mode…

«Il canile è cresciuto anche seguendo le esigenze degli abbandoni. Gli abbandoni di cani sono diminuiti tantissimo qui da noi, ma sono aumentati quelli dei gatti e poi ci sono le esigenze di ricovero degli altri animali: chiamarlo canile, oggi, è davvero riduttivo! Questo di Monza è, in realtà, un centro di accoglienza di animali per tutte le problematiche del territorio. Se vedete abbiamo galline, papere, anatre, pecore e persino un pony…Questi animali sono stati trovati abbandonati sul territorio o messi sotto sequestro perché trovati in situazioni sotto sequestro illegittime. Di questi noi veniamo, poi, nominati, custodi giudiziari».

 

Siamo vicini a Natale e spesso, con superficialità si regalano animali…

«Io mi rifaccio proprio a uno dei nostri slogan: Facili doni, facili abbandoni. Non regalate animali con leggerezza! Regalare un animale, sotto Natale, può essere una stupidaggine da tanti punti di vista. Deve essere una scelta consapevole e voluta, non stiamo parlando di giocattoli. Specie se si vogliono accontentare i bambini, i genitori devono essere consapevoli dell’impegno che quest’animale porterà per tutta la vita. Inoltre non si dovrebbe andare nei negozi a comprare animali, perché si alimenta quel traffico davvero ignobile dai paesi dell’Est, in un periodo oltretutto sbagliatissimo per la crescita di un cucciolo, che non dovrebbe mai essere preso in inverno, è un principio opposto all’etologia».

 

Conosciamo un po’ meglio anche la tua persona, come nasce in Giorgio Riva l’amore per gli animali?

«Nasce da un momento di crisi a 28 anni, quando sentivo il bisogno di fare qualcosa nel sociale. Ho fatto una piccola esperienza politica molto deludente, una noia mortale…poi per caso, ho trovato due cani nel giro di quindici giorni. Il primo l’ho portato a casa, il secondo mia madre si è un po’ preoccupata e mi ha detto (questa frase la ricordo bene): “ Il mio macellaio mi ha dato l’indirizzo di un signore della protezione animali…telefona che così porti lì il cane…”. Allora era un mondo diverso: la carne per gli animali si chiedeva ai macellai che ti davano gli scarti o le frattaglie, non c’erano scatoline, croccantini e scatolette…

Ho chiamato la patrona Vincenzina Novi, che, sentendo che ero sensibile al problema, mi ha chiesto se volevo darle una mano. Da lì in avanti l’Enpa è diventata la mia vita. E ha condizionato, in bene, tutta la mia vita. Anche con mia moglie, prima di sposarmi, ho fatto subito patti chiari: guarda che io tutti i giovedì sera sono all’Enpa, anche i miei tre figli sono stati abituati così…»

 

L’amore per gli animali l’hai trasmesso anche ai tuoi figli?

«Io sono arrivato ad avere dieci cani, tre gatti e un cavallo a casa, avendo la fortuna di possedere un piccolo terreno. Mia moglie la devo tenere lontana dal canile perché è peggio di me: ogni volta si porterebbe a casa qualcuno! I miei figli, ovviamente, amano gli animali, ma nessuno viene a fare il volontario in canile, lo fanno per altre cose.

Il volontariato, io lo dico sempre, è una cosa bella a prescindere da quale causa scegli, perché ti forma e ti fa stare bene. Per me è scattato per gli animali, i miei figli operano per l’oratorio o per i bambini malati in ospedale… lo scatto, la scintilla può nascere da qualunque cosa».

 

Che cosa dici ai volontari durante il primo incontro?

«Da trent’anni faccio il primo incontro con i futuri volontari e gli dico sempre che è un impegno. Lo spirito del volontario deve essere quello, poco o tanto tempo che voglia dedicarci, deve farlo con impegno. Abbiamo tra i 150 e 160 volontari…»

 

Hai parlato spesso anche di persone diversamente abili che interagiscono con gli animali…

«Io mi sono sempre ribellato e indignato al luogo comunque che vuole che chi ama gli animali non ama le persone. Io credo il contrario: chi ama gli animali è sensibile ai più deboli in generale. Garibaldi stesso, che è il nostro fondatore, era una persona comunque sensibile verso le minoranze e chi lottava per la libertà. Io ho aperto da qualche anno il canile a cooperative che si occupano di diversamente abili. Vengono con i loro accompagnatori e fanno una sorta di pet teraphy molto allargata. Noi mettiamo a disposizione il posto e alcuni animali particolarmente tranquilli. E questa è un’esperienza di arricchimento per noi e per loro: vedere la gioia di questi ragazzi che non hanno mai avuto un cane, vederli felici è una sensazione incredibile. Il mio sogno è proprio quello di avere, nel prossimo canile, delle aree dedicate a quest’attività. Dove siamo adesso, erano aree destinate a tutt’altro tipo di attività: un macello di carni suine, equine… queste stalle erano, un tempo, piene di animali destinati alla macellazione. . .è bello che adesso sia un luogo dove si fa del bene agli animali, un bel simbolo. Oggi si chiama, infatti, Ex Macello».

 

Concludendo…

«Io sono felice di vivere. Comincio ad accusare qualche segnalino di vecchiaia, qualche acciacco… (ndr. Ride).

Il volontariato mi ha dato dei valori per essere sempre motivato. Sono felice di vivere e accetto tutto quello che verrà con serenità. La cosa che desidero di più è che questo lavoro che ho fatto prosegua anche dopo di me….»

 

Giorgio Riva mi saluta: “…devo andare a Muggiò a recuperare un sacco di mangime per i volatili”. Ecco l’uomo concreto, il presidente che si sporca le mani e fatica, come tutti. In prima linea. Ognuno sceglie la sua causa. Ed io ho la netta sensazione di avere incontrato un uomo di grande valore. Durante questo pomeriggio all’Enpa ho messo i tacchi nel fango, mi sono presa un’affettuosa cornata dal caprone William, che burbero ma gentile, voleva le attenzioni mie e di Francesca, la fotografa. Alberto, l’altro reporter, ha perso le scarpe nell’erba gelata di rugiada nel tenere a bada Minnie, la cavallina abbandonata che, per farsi ripagare degli scatti, ha preteso di fare uno spuntino nel prato. Bisbetici ma fieri, nonostante l’abbandono o le loro mille tristi vicissitudini, ho trovato in questi animali, nei loro occhi, nei volontari indaffarati e sporchi di terra, tra queste mura dell’Ex Macello, due  grandi cose: la dignità e l’amore. L’amore concreto.

Il compito più alto dell’uomo è sottrarre gli animali dalla crudeltà. (Emile Zolà)

 

 

Anna Cerantola, responsabile dei cani. Natale con l’Enpa sez. Monza e Brianza

 

Anna Cerantola, responsabile dei cani del canile di Monza. Banchetti e attività dell’Enpa durante il periodo Natalizio?

«Sono previsti dei banchi in centro a Monza, la postazione è davanti alla libreria Feltrinelli, tutti i sabati e tutte le domeniche di Dicembre. La cosa interessante è che ci sono tanti regali e gadget a tema “animaloso”, che possono essere delle belle idee per Natale, il cui contributo viene tutto a favore degli animali del canile dell’Enpa sez. Monza e Brianza. Ci sono anche i Calempari, i calendari realizzati con delle foto fatte da noi durante l’anno. Oltre ai banchi, anche qui in sede, sarà allestito un mercatino, il martedì e il giovedì sera alle ore 21.00. Da proporre come regalo c’è anche l’adozione a distanza, magari di cani un po’ più sfortunati: gli anziani o quelli con storie e caratteri particolari. Questa cosa aiuta molto anche i cani perché al di là del contributo, vedere persone e mettersi in relazione con la gente fa loro del bene e li aiuta a reinserirsi».

 

Di fronte a certe storie molto drammatiche, come bilanci l’aspetto emotivo con il coraggio e il pragmatismo che serve per questo lavoro?

«Non è facile, per niente. Noi rispetto a certe situazioni che, purtroppo, ci sono al Sud, viviamo in un contesto “fortunato”. Ma anche nella nostra civilizzata Brianza non mancano casi di crudeltà inaudita: quest’estate, per esempio, un pastore maremmano è stato fatto morire di fame e di sete. Noi abbiamo anche un canile piccolo e tanti volontari che riescono a recuperare bene la gestione di cani anche molto spaventati. Invece, purtroppo, l’abbandono dei gatti sta aumentando vertiginosamente. Quest’anno, con il fatto che il caldo è durato un po’ di più, abbiamo accolto tantissime cucciolate. Noi puntiamo molto a sensibilizzare la gente sulla sterilizzazione».

 

Ho letto su facebook la storia commuovente di Osso, un cane che finalmente ha trovato una famiglia grazie a voi, ma cui tu ti eri molto legata. Come vivi, emotivamente, questi distacchi?

«Anche se, chiaramente sono felice per lui, è davvero straziante separarsi. Noi spesso, portiamo anche dei cani a casa, in quella formula che chiamiamo “di Asilo”. Sappiamo quindi, che è una situazione provvisoria, ma al momento di salutarli fai davvero fatica. Ti senti, passami il termine, un gran “bastardo” perché non puoi spiegare al cane o al gatto che si è affezionato, che tu hai fatto tutto per lui e che lo stai lasciando per il suo bene, per fargli fare una bella e nuova vita». 

 

Che caratteristiche deve avere un volontario?

«La prima cosa, ovvia, è che deve avere amore per gli animali ma anche un grande senso di responsabilità. Essere volontario è molto appagante però è un impegno. Noi chiediamo mezza giornata la settimana: oggi che c’è il sole, ma anche domani se piove o nevica…Bisogna sempre pensare che gli animali qui hanno bisogno di cure, non è che gli dai 10 euro e gli dici: vai a mangiarti un panino! Ci deve essere sempre qualcuno che li accudisca. Non è un gioco: ci vuole serietà anche in questo senso. Tra di noi poi si sono create anche delle amicizie, capita spesso che usciamo insieme… ma parliamo sempre di cani (ndr Ride). Questo per dire che, man mano, diventa sempre più coinvolgente anche per i bei rapporti umani che si creano sotto le ali della stessa passione: gli animali».

 

Nb Ringrazio Giorgio Riva, Anna Cerantola e tutti i volontari dell’Enpa di Monza e Brianza. Un caro ringraziamento anche a Juliet Berry che ha reso possibile questa collaborazione.

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