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Tempo di feste, tempo di animali

 

 

Bimba, la bellissima cagnolina del nostro direttore Alfredo Rossi

Bimba, la bellissima cagnolina del nostro direttore Alfredo Rossi

Tempo di feste (ma quante luminarie in meno rispetto agli anni scorsi: la crisi si capisce anche da qui), tempo di regali (meno folla agli acquisti, come sopra), tempo di auguri: e qui, possiamo scialare, quindi auguri sinceri a ognuno di voi da tutti noi della redazione perché il nuovo anno sia davvero nuovo e ci porti tante novità. Tutte buone naturalmente.

Ma il tempo delle feste è anche quello di una certa malinconia, che prende all’improvviso e si radica dentro di noi e non vuole andare via. Una malinconia, che porta ai ricordi dei natali di quando eravamo più piccoli e la festa era una un a festa vera, attesa con ansia, una festa in cui chi la faceva da padrone era il presepe. Si faceva il proprio e poi si andava a casa della zia Maria o del cugino Matteo a vedere quello che avevano realizzato loro. E si facevano i paragoni mentre si mangiava una fetta di panettone e si beveva un bicchiere di vino (”due dita ai bambini, ma di quello dolce!”). E il presepe era una cosa impegnativa. Anche a casa mia. Abitavo con mamma, papà, la nonna e quattro fratelli e il natale cominciava già a… settembre. Ognuno aveva un compito. Mio fratello Sandro, il maggiore, doveva procurare il muschio. E ne trovava a quintali. Una volta, alla fine di settembre, mentre eravamo in vacanza a Sesto Calende, ne raccolse così tanto che, per riuscire a portarlo a casa, buttò via calzini, mutande e magliette per stiparlo nella valigia! Romano, il secondo, era addetto alla raccolta della carta argentata che ricopriva le tavolette di cioccolato, con cui si sarebbero realizzati i laghetti e i fiumi (e così ci hanno messo in mente che la Palestina avesse un clima e un paesaggio come quello delle nostre Alpi). Chissà come mai Romano era sempre a corto di stagnola e si faceva comprare cioccolato a manetta (che, a dire il vero, dividevamo tra tutti). I due più piccoli, gemelli, in genere combinavano guai e quindi facevano gli spettatori. E io? Ne parliamo dopo.

Mamma e papà sistemavano la carta per il cielo e i sassi come montagne. Sandro si occupava di mettere le casette e gli alberi finti. Romano, laghi, fiumi e gli altri partecipanti del presepe: il pescatore, il tipo con la gerla, addirittura uno che faceva le caldarroste, una signora bene in carne che lavava i panni in un mastello, i pastori eccetera. Io mi occupavo degli animali. Adoravo mettere il bue e l’asino al loro posto e pensavo che solo grazie a loro il bambino “venuto al mondo nudo in una mangiatoia” non sarebbe morto di freddo proprio grazie al loro fiato caldo. A dire la verità, anche Giuseppe, che si posizionava nel presepe, prima di metterci il bambino, mi sembrava allungare la mano destra verso il muso del bue per farsela riscaldare. E poi mettevo le pecore: a decine, di tutte le forme e dimensioni. E dico la verità, in mezzo a tutta quella confusione (chi faceva il bucato, chi le castagne arrosto, chi pescava nel laghetto), mi sembrava che gli unici attenti a quello che avveniva intorno a quel bambino fossero proprio loro, gli animali. Fedeli, sinceri, senza secondi fini.

E così sono gli animali, anche fuori dal presepe della mia infanzia: per questo il numero che avete in mano è dedicato a loro.

Buone feste!

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