Tempo di feste (ma quante luminarie in meno rispetto agli anni scorsi: la crisi si capisce anche da qui), tempo di regali (meno folla agli acquisti, come sopra), tempo di auguri: e qui, possiamo scialare, quindi auguri sinceri a ognuno di voi da tutti noi della redazione perché il nuovo anno sia davvero nuovo e ci porti tante novità. Tutte buone naturalmente.
Ma il tempo delle feste è anche quello di una certa malinconia, che prende all’improvviso e si radica dentro di noi e non vuole andare via. Una malinconia, che porta ai ricordi dei natali di quando eravamo più piccoli e la festa era una un a festa vera, attesa con ansia, una festa in cui chi la faceva da padrone era il presepe. Si faceva il proprio e poi si andava a casa della zia Maria o del cugino Matteo a vedere quello che avevano realizzato loro. E si facevano i paragoni mentre si mangiava una fetta di panettone e si beveva un bicchiere di vino (”due dita ai bambini, ma di quello dolce!”). E il presepe era una cosa impegnativa. Anche a casa mia. Abitavo con mamma, papà, la nonna e quattro fratelli e il natale cominciava già a… settembre. Ognuno aveva un compito. Mio fratello Sandro, il maggiore, doveva procurare il muschio. E ne trovava a quintali. Una volta, alla fine di settembre, mentre eravamo in vacanza a Sesto Calende, ne raccolse così tanto che, per riuscire a portarlo a casa, buttò via calzini, mutande e magliette per stiparlo nella valigia! Romano, il secondo, era addetto alla raccolta della carta argentata che ricopriva le tavolette di cioccolato, con cui si sarebbero realizzati i laghetti e i fiumi (e così ci hanno messo in mente che la Palestina avesse un clima e un paesaggio come quello delle nostre Alpi). Chissà come mai Romano era sempre a corto di stagnola e si faceva comprare cioccolato a manetta (che, a dire il vero, dividevamo tra tutti). I due più piccoli, gemelli, in genere combinavano guai e quindi facevano gli spettatori. E io? Ne parliamo dopo.
Mamma e papà sistemavano la carta per il cielo e i sassi come montagne. Sandro si occupava di mettere le casette e gli alberi finti. Romano, laghi, fiumi e gli altri partecipanti del presepe: il pescatore, il tipo con la gerla, addirittura uno che faceva le caldarroste, una signora bene in carne che lavava i panni in un mastello, i pastori eccetera. Io mi occupavo degli animali. Adoravo mettere il bue e l’asino al loro posto e pensavo che solo grazie a loro il bambino “venuto al mondo nudo in una mangiatoia” non sarebbe morto di freddo proprio grazie al loro fiato caldo. A dire la verità, anche Giuseppe, che si posizionava nel presepe, prima di metterci il bambino, mi sembrava allungare la mano destra verso il muso del bue per farsela riscaldare. E poi mettevo le pecore: a decine, di tutte le forme e dimensioni. E dico la verità, in mezzo a tutta quella confusione (chi faceva il bucato, chi le castagne arrosto, chi pescava nel laghetto), mi sembrava che gli unici attenti a quello che avveniva intorno a quel bambino fossero proprio loro, gli animali. Fedeli, sinceri, senza secondi fini.
E così sono gli animali, anche fuori dal presepe della mia infanzia: per questo il numero che avete in mano è dedicato a loro.
Buone feste!







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