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Il giorno della Memoria:Internati militari italiani: una storia da raccontare

di Juri Casati,  foto www.robertozamboni.com

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Questa volta vorremmo utilizzare questa rubrica per parlare di storia. Una storia poco celebrata, una storia di cui colpevolmente si è persa memoria, ma che ci riguarda da vicino.

Partiamo dall’oggi. Tutti gli osservatori prevedono concordemente un 2012 fatto di sacrifici e di rinunce. Molti si chiedono però se gli italiani sapranno sopportare i sacrifici che si preparano, dato che gli italiani nella loro storia non sembrano aver mai dato prova di una particolare attitudine alla sofferenza.

In realtà si tratta di un luogo comune, perché ci sono state diverse occasioni in cui singoli cittadini, migliaia di cittadini, e talvolta anche centinaia di migliaia di cittadini italiani hanno coscientemente scelto di tenere un comportamento opposto all’immagine comune dell’italiano molle, furbo ed opportunista, dimostrandosi in grado di saper soffrire, e talvolta anche di sapersi sacrificare. In questo senso, durante le celebrazioni dei giorni scorsi, si è persa ancora una volta l’occasione di sfatare questo luogo comune.

Come sapete, la legge 211/2000 ha istituito il 27 gennaio come «Giorno della Memoria». Molti pensano che il Giorno della Memoria sia stato istituito per ricordare solo le persecuzioni a cui furono sottoposti gli ebrei. In realtà la legge 211 intendeva ricordare, accanto alle persecuzioni subite dagli ebrei, anche le persecuzioni subite dai «deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». L’anno sorso abbiamo parlato delle persecuzioni subite dagli ebrei (cfr. Trantran numero 15). Quest’anno vorremmo concentrare la nostra attenzione sui deportati militari italiani nei campi nazisti.

La loro è una di quelle vicende per le quali può essere indicato un momento di inizio preciso. Nel loro caso erano le 19.42 dell’8 settembre ’43, ora in cui la radio diffuse un comunicato del maresciallo Badoglio che cominciava con queste celebri parole: «Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta…»: era l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, ed implicitamente era anche l’annuncio della fine dell’alleanza con la Germania nazista.

La rappresaglia nazista non si fece attendere: in pochi giorni i tedeschi catturarono un milione di soldati italiani e ne deportarono in Germania circa 710.000 (avete letto bene: settecentodiecimila), ai quali venne affibbiata la denominazione di Imi, internati militari italiani. I nazisti non ne facevano però una semplice questione terminologica. Infatti negare ai soldati italiani lo status di prigionieri di guerra significava sottrarli alle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra, e ciò concretamente si traduceva nella possibilità di utilizzarli nei lavori forzati, principalmente nelle miniere e nelle fabbriche di armi tedesche.

Dopo aver toccato con mano il rigore dei 70 campi di concentramento nazisti in cui erano stati internati (il più famoso dei quali era Flossenbürg), agli Imi venne data l’opportunità di tornare in Italia – per militare ovviamente  con la Repubblica Sociale – sottoscrivendo un «impegno di ubbidienza incondizionata al capo delle forze armate germaniche, Adolf Hitler». Firmarono circa il 15% dei militari italiani deportati in Germania. Lo fecero per tornare in Italia dalla famiglia, ma anche per fame, per paura o per sfinimento. Infatti le loro condizioni di prigionia erano talmente dure che uno storico tedesco ha riconosciuto che i nazisti riservarono agli internati militari italiani il trattamento peggiore dopo quello che avevano riservato agli ebrei ed ai russi. In particolare è stato stimato che, durante la deportazione e durante i lavori forzati, siano morti circa 50.000 nostri connazionali. Tuttavia la differenza tra gli Imi da una parte, e gli ebrei e i russi dall’altra parte, era che gli Imi avrebbero potuto sottrarsi alla prigionia e ai lavori forzati, se lo avessero voluto, semplicemente firmando un giuramento. Nome e Cognome e sarebbero tornati in Italia: 600.000 scelsero di non farlo.

Veniamo a noi. Gli Imi brianzoli furono sicuramente nell’ordine di alcune migliaia, e l’ultimo dato a nostra disposizione, parziale e probabilmente inferiore alla portata reale dei fatti, indica in circa 90 unità il numero dei caduti brianzoli.

Per avere un elenco dei caduti diviso per provincia (che per motivi di spazio non posso pubblicare in questa sede), vi rimando al sito www.robertozamboni.com (da cui abbiamo tratto le immagini), che ha una sezione dedicata a Monza e Brianza. Si tratta di un blog di un provato cittadino che ha messo a disposizione della comunità il frutto di una lunga e meticolosa ricerca nei vari archivi disponibili, con l’intenzione di far conoscere la vicenda degli Imi e di provare a stilare un elenco dei caduti. Della ricerca di Roberto Zamboni, il cui titolo emblematico è Dimenticati di Stato, mi preme sottolineare due aspetti interessanti. Da un lato alcune famiglie potrebbero eventualmente ottenere informazioni – è già successo – circa la sorte dei loro familiari dispersi in guerra e circa il loro luogo della loro sepoltura. D’altro lato, chiunque fosse in possesso di informazioni – ricordi di famiglia, diari, documenti ufficiali e non – potrebbe contribuire ad integrare (ed eventualmente a correggere) i dati fino ad oggi elaborati, partecipando così ad un tentativo di scrivere la storia «dal basso» di grande valore.

Un’ultima cosa. Sono sicuro che molti tra i nostri lettori non avevano mai sentito nominare gli internati militari italiani fino a questo momento. Non è strano: a partire dal dopoguerra sulla loro vicenda calò un deplorevole silenzio causato dal fatto che, in gran parte, gli Imi dissero «no» per mantenere fede ad giuramento che avevano prestato davanti al re e all’Esercito. Il re e l’Esercito furono però le Istituzioni che maggiormente caddero in disgrazia nel dopoguerra, dato che l’Italia divenne una Repubblica e dato che l’Esercito italiano scontò a lungo il fatto di essere stato un vanto del fascismo. La decadenza di queste due Istituzioni fu il principale motivo per cui gli internati militari italiani vennero trattati con indifferenza al loro rientro in Italia.

L’indifferenza che circondò gli Imi fu però un atteggiamento culturale superficiale e miope che sminuì l’importanza di fatti storicamente avvenuti, e che soprattutto rimosse dalla coscienza collettiva italiana un esempio civile di grande valore, fatto di rispetto delle Istituzioni, di rispetto per la parola data, di disinteresse per il proprio tornaconto immediato e di una non scontata (e mai più riconosciuta) capacità di soffrire.

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