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BRIANZA MADE IN CINA

di Juri Casati

 

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«Il nucleo dirigente della nostra causa è il Partito comunista cinese. Il fondamento teorico in base al quale si orienta il nostro pensiero è il marxismo-leninismo. Per fare la rivoluzione, occorre un partito rivoluzionario».

Sono frasi un po’ legnose e molto datate. Eppure furono proprio queste frasi ad essere il primo approccio che un’intera generazione di italiani – quella che aveva vent’anni negli anni ’60 – ebbe con la Cina e con la cultura cinese. Sì, toccò proprio al Libretto Rosso di Mao – da cui è tratta la citazione che avete letto – il compito di fare da apripista alla «questione cinese» in Italia.

Intendiamoci: tra Italia e Cina c’erano stati contatti significativi anche prima del 1967, anno della pubblicazione in Italia del Libretto Rosso. Anzi, i primi contatti documentati di un certo rilievo fra Occidente e Cina ebbero come protagonista proprio un italiano: Marco Polo. Inoltre anche il primo viaggio ufficiale di un cinese in Europa, Rabban Sauma nel 1287, ebbe come prima tappa proprio una città italiana: Napoli. Da allora in poi i rapporti tra Cina ed Italia non si interruppero mai più del tutto, rimanendo tuttavia sempre superficiali. Fu solo nel XX secolo che le cose cambiarono. Non solo per l’interesse che suscitò in Italia il maoismo, ma anche per due altri motivi.  

In primo luogo, anche se è poco noto, dal 1901 al 1943 l’Italia ebbe un piccolo dominio coloniale in Cina.  In realtà come dominio coloniale era ben poca cosa, dato che si trattava solo di alcuni quartieri della città di Tientsin dove, durante i quarant’anni del dominio coloniale italiano, vi risiedettero al massimo poche centinaia di nostri connazionali.

In secondo luogo, intorno agli anni ’20, cominciarono le prime migrazioni di un certo rilievo dalla Cina verso l’Italia.

I migranti, si sa, tendono a seguire nella nazione da raggiungere non tanto i propri connazionali, quanto piuttosto i propri compaesani. Questo comportamento, che si riscontra in tutti i flussi migratori, produce quel singolare fenomeno per cui gli abitanti di un certo villaggio o di una certa regione emigrano in massa, poco alla volta, famiglia dopo famiglia, in una stessa città o in una stessa regione di un’altra nazione. Non hanno fatto eccezione a questa regola nemmeno i cinesi che sono emigrati a Milano, dato che la metà di loro è arrivata dalla stessa zona, lo Zhejiang, e sembra anzi che una buona parte di loro sia arrivata dai villaggi intorno alla sconosciuta città di Yuhu.

Oggi i cinesi in Italia sono 188.000 e compongono una comunità operosissima, tanto che ogni immigrato cinese presente in Italia manda in Cina mediamente 9.000 euro all’anno, una performance che non riesce a nessuna altra comunità straniera presente in Italia. Ciò è frutto di un’indubbia attitudine imprenditoriale.

In Lombardia gli imprenditori di origine cinese sono 10.000, ed essi non sono più attivi solo nei settori, per loro tradizionali, della ristorazione e delle lavorazioni conto terzi, ma ormai hanno allargato le loro attività anche ai campi dell’estetica e del benessere.

La provincia di Monza e Brianza però va in controtendenza perché la presenza imprenditoriale della comunità cinese non raggiunge il livello delle altre province lombarde. Ciò è stato spiegato con il fatto che – e cito un’interessante osservazione contenuta in uno studio della Camera di Commercio di Monza e Brianza di qualche anno fa – i due distretti economici più forti della Brianza, e cioè il mobile e l’elettronica, si sono dimostrati sostanzialmente impenetrabili per i piccoli imprenditori cinesi presenti sul territorio lombardo.

Effettivamente i dati parlano chiaro. In Brianza le aziende con titolare cinese non rappresentano neanche il 2% del settore del mobile: si tratta di una presenza irrisoria se paragonata a quella che si registra nei distretti caratteristici di altre province lombarde, come per esempio quello delle calzature nella provincia di Brescia, dove la presenza di aziende con titolare cinese supera il 30%.

È solo questione di tempo – sostengono molti – prima che anche in questi settori avvenga la colonizzazione cinese, e se non saranno le aziende cinesi presenti in Italia a colonizzarci, saremo comunque sconfitti dalle aziende cinesi vere e proprie. Forse questa è una previsione allarmistica. Tuttavia essa segnala l’ormai comune insofferenza dell’opinione pubblica italiana nei confronti della concorrenza delle aziende cinesi che, se vogliamo, è il «fatto nuovo» nei rapporti italo-cinesi del XXI secolo.

A questo proposito vorrei citare però un caso interessante che può far riflettere. Qualche mese fa una lunga inchiesta giornalistica di una televisione cinese ha accusato un’azienda brianzola di produrre i mobili in Cina, poi di spedirli in Italia, ed infine di rispedirli (e di rivenderli a caro prezzo) in Cina come prodotti di alta qualità costruiti in Italia.  

Al di là dell’accusa specifica (tutta da verificare), questa vicenda ci ricorda che la Cina non è solo un produttore e quindi un concorrente delle aziende italiane, ma è anche un consumatore, e anche di prodotti di alta gamma. In effetti ormai in Cina i benestanti si contano a decine di milioni e il loro numero è in ascesa, così come i loro consumi.

La cosa più interessante che ci mostra questa vicenda è tuttavia un’altra. L’azienda brianzola è stata criticata non per aver falsificato i marchi – le licenze erano in regola e il design era effettivamente italiano – ma per aver venduto in Cina prodotti «italiani» che invece non erano stati costruiti in Italia. Ciò però suggerisce l’esistenza di consumatori cinesi che siano disposti a pagare il prodotto italiano a «prezzo italiano» solo quando nel prodotto percepiscano anche il valore aggiunto dato dall’effettiva costruzione in Italia, e non solo dall’apposizione del marchio «Made in Italy».

Dunque forse fino ad oggi il comprensibile atteggiamento difensivo della nostra economia e della nostra cultura ha impedito di riflettere sul fatto che esista anche un segmento di consumatori cinesi (ricco, numeroso ed in continua crescita) interessato al prodotto disegnato in Italia e di gusto italiano, sempre che questo prodotto sia stato effettivamente fatto in Italia, il vero «Made in Italy» appunto. 

Certo: il problema della concorrenza cinese non può essere risolto solo così, ma non dobbiamo mai dimenticarci quello che diceva Mao: «In questo mondo, le cose sono complesse e numerosi fattori contribuiscono a determinarle. Dobbiamo esaminare un problema da diversi punti di vista, non da uno solo».

Commenti

Un commento su “BRIANZA MADE IN CINA”

  1. scusate e uscito di petto, e che cavolo noialtri siamo qua da prima del 1600, e alla fine stiamo senza casa perché non abbiamo il cuore di fare dei figli (che si troverebbero in un bel mondo a fare gli schiavi) magari qualche essere che è venuto qua a farci la piazza, ed a pagare in contanti il suo spazio.
    Ma proprio così stupidi siamo?
    Mah che gran tristezza.

    Inserito da tololl | aprile 17, 2012, 02:04

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