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Giovanni Nuti, Vivere senza malinconia: un invito alla gioia a tempo di swing

di Elena Gorla

 

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Otto musicisti ed un interprete d’eccezione, canto, ballo e poesia: ecco gli ingredienti magici di questo spettacolo coinvolgente, capace di far “spettinare” anche lo spettatore più composto. Lo swing incalza, libera, incita al ballo ed il teatro si anima, si infiamma. Immagini di un’Italia lontana, parole di un tempo che fu, capaci di raccontarci chi siamo con un sguardo divertito seppur  ammantato dalla nostalgia della distanza. E’ Giovanni Nuti, impegnato in questa travolgente tourné teatrale, in cui appunto propone i brani estratti dal suo ultimo disco, Vivere senza malinconia, a parlarci di questo suo ultimo lavoro, tutto dedicato ai brani del repertorio italiano degli anni ’30 e ’40 ma con in più due perle di pura poesia.

 

Vivere senza malinconia, un titolo decisamente dicotomico per  un disco che ripropone brani degli anni 30 e 40…come nasce?

L’idea nacque da un invito che mi fece un festival jazz di Milano, il Summer Night Festival. In quell’occasione, dovendo pensare a un repertorio particolare mi vennero in mente le canzoni degli anni ’30 e ’40 anche perché la mia musa ispiratrice, Alda Merini, con la quale ho avuto un rapporto artistico durato sedici anni, aveva l’abitudine di cantarmi questi brani al telefono. Ho quindi pensato di reinterpretarli in chiave jazz e quella serata fu un grandissimo successo, del tutto inaspettato anche perché era la prima volta che io cantavo brani non miei ma di altri. Mi sono scoperto interprete e la cosa mi è piaciuta: mi ha arricchito e sorpreso perché anche il pubblico più giovane si è davvero divertito ma anche incuriosito. Ho quindi pensato che fare un disco che rivisitasse questi brani potesse essere un’occasione di recupero storico e culturale, importante soprattutto in un’epoca storica come quella attuale in cui uno sguardo al passato, nella fattispecie ad anni difficili del nostro paese come quelli in cui furono scritti questi brani.

 

Quali paralleli ha letto fra la società italiana di quegli anni e l’attuale e, ancor di più, quali differenze?

Uno dei motivi che mi hanno spinto a realizzare questo album è proprio che gli anni ’30 e ’40 per l’Italia sono stati davvero un epoca molto difficile, di incertezze, di dolori ma nonostante, o forse a causa, le difficoltà reali che il paese viveva gli italiani sentivano una grande necessità di leggerezza, di evasione, di vivere senza malinconia. Spesso quando l’uomo si trova davanti alle difficoltà trova la capacità di attingere alla propria parte positiva, ottimista. Questa capacità di ricercare comunque la gioia deve essere trasferita ai giorni nostri: stiamo vivendo un’epoca difficile, non solo sotto il profilo economico ma anche e soprattutto sotto quello morale. In questo contesto brani di evasione, ma nel contempo brani che affondano le proprie radici nel nostro passato, possono essere per certi versi “terapeutici” perché più ci si sofferma su situazioni negative intrisi di animo negativo più si rimane fermi e intrappolati nella negatività.

 

Nell’album anche due inediti, i due brani dedicati ad Alda Merini, sua musa ispiratrice di arte e di vita. Quale la genesi di questi lavori?

Mentre facevamo le prove dei brani dei ’30 e ’40 provai ad intonare due brani del canzoniere di Alda Merini e subito fu evidente che sembravano nati per essere ammantati di questa veste.

 

Quale cambiamenti ha avvertito nel suo lavoro compositivo, ma anche nel suo atteggiamento mentale, dopo la scomparsa della poetessa?

Non posso dire di avere avvertito un vero e proprio cambiamento ma di sicuro mi manca molto la mia presenza fisica, la sua compagnia, perché la sua presenza spirituale è costantemente con me, la sento sempre presente. Anche in questo periodo in cui sono in sala di registrazione al lavoro con il prossimo album, incentrato sui testi che Alda merini mi ha lasciato affinché li musicassi, devo riconoscere che tutto succede come quando lei era in vita, con la stessa facilità e spontaneità. Io quindi ritengo che lei ci sia, che mi segua.

 

Qual è la più grande eredità che Alda Merini le ha lasciato?

La gioia! Nonostante lei abbia attraversato senza sconti il tunnel della sofferenza è sempre andata oltre a tutto. Lei era solita dire “io non mi sono fatta mancare nulla!” perché, effettivamente era una donna capace di divorare ed assimilare tutto, anche il dolore.  Mi ha insegnato la necessità di guardare in faccia a qualsiasi realtà, anche alla più dure, e guardare tutto con gli occhi della poesia, unico mezzo per trasformare ogni cosa.

 

Qual è il rapporto fra la depressione e la produzione artistica?

Io sono passato sia attraverso il dolore che attraverso la gioia e credo che a livello creativi siano importanti entrambe. Spesso si sente circolare il pregiudizio secondo cui quando uno soffre riversa nella creatività maggiore intensità, ma credo questo non sia sempre vero, quantomeno non è un paradigma assoluto. Personalmente quando io sono nella gioia sono più connesso alla mia fonte creativa.

 

Tornando a Vivere senza malinconia, cosa ha significato lavorare con un gruppo di ben otto musicisti lavorando in presa diretta?

E’ stata un’esperienza molto bella! Abbiamo realizzato davvero tutto in presa diretta, non ho ricantato nessuna frase, e questo mi ha portato proprio a lavorare come se si trattasse di un live e questo lavoro si è svolto davvero in grande armonia. Sono dell’idea che quando le cose funzionano, funzionano fin da subito! In questo caso c’è stata immediatamente una grande sintonia pur unendo il lavoro di musicisti di “estrazione classica” con quello di musicisti provenienti dall’ambito della musica jazz. C’è stato da subito un feeling raro, per cui non è stato nemmeno necessario fare moltissime prove!

Questo feeling, questa energia viene immancabilmente fuori anche durante lo spettacolo live ed io me ne accorgo soprattutto osservando la reazione del pubblico: perché il pubblico non riesce a stare fermo anche se è seduto in poltrona, lo swing lo travolge!

Io, poi, devo dire che durante lo spettacolo mi diverto moltissimo, anche giocando con l’abbigliamento. La moda di quegli anni è molto elegante, sia per quanto riguarda l’abbigliamento che per gli arredi delle abitazioni: mi piace rendere sul palco il gusto, l’atmosfera di quell’epoca, inserendo anche dei piccoli dettagli, una lampada sul pianoforte, una pianta, un elemento decorativo che richiami esplicitamente quegli anni.

 

Per tutti le info sulle date del tour.: www.giovanninuti.com

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