di Adriana Colombo
Per questo numero incontriamo un’autrice monzese, Laura Marinaro, autrice di Avrei voluto essere padre (Editrice Nuovi Autori, settembre/novembre 2011), libro che, nelle intenzioni dell’autrice, che vuole essere un monito, uno strumento di prevenzione ed educazione rispetto a un tema che sta diventando sempre di più di triste attualità. Un tema che non sale alla ribalta delle cronache e che, talvolta, sembra non esistere mentre, in realtà, è alla base della nascita di un esercito di nuovi poveri che dallo Stato e dalle Istituzioni non vengono riconosciuti come tali: stiamo parlando dei padri separati.
Statistiche alla mano quasi l’80% de i padri separati, in numeri circa 3 milioni, non riesce ad arrivare a fine mese con quello che resta del proprio stipendio, tolti assegno di mantenimento e mutuo, che spesso continuano a pagare pur non vivendo più in quella casa (Fonte: Eurispes). Secondo la Caritas, il 25% degli ospiti delle mense dei poveri sono proprio dei padri separati o divorziati.
Ma oltre al dramma economico in cui spesso vertono, quello che più li affligge è il dramma emotivo perché, in molti casi, il loro ruolo si riduce a quello di “papà-bancomat” (Ndr. Questa la definizione che dà Tiberio Timperi in un’intervista riportata nella prefazione a questo libro realizzata da Claudio Pollastri) in quanto, di fatto, vengono esclusi dalla vita dei propri figli.
Da qui il titolo del libro: Avrei voluto essere padre.
Questo libro racconta cinque storie di vita reale, ovviamente romanzate per questioni di privacy, tra cui anche quella dell’autrice, che si mette a nudo e in gioco fino in fondo per questa causa in cui si impegna dal 2006 facendo come volontaria l’addetta stampa per l’Associazione Figli Liberi.
Figli Liberi è un’associazione fondata proprio da uno dei protagonisti delle storie del libro che già nel nome vuole sottolineare la centralità riconosciuta ai figli, le prime vittime nelle separazioni, troppo spesso messi da parte in vortici di ripicche e vendette tra coniugi. I bambini hanno l’insindacabile diritto di avere e poter vivere l’amore di due genitori, anche quando questi non si amano più.
Incontriamo Laura Marinaro per conoscere più a fondo il suo lavoro e quello di questa associazione.
Da cosa nasce la tua collaborazione con Figli Liberi?
«È nata proprio attraverso il mio lavoro (Ndr. Laura è giornalista collabora con Il Giornale e Libero), ho conosciuto questa associazione nel 2006 a Monza ed ho iniziato a scriverne. Ho visto subito che era un tema interessante e di cui non si è mai parlato abbastanza e ho capito che era importante parlarne un po’ di più.
Nel 2008 sono andata a Roma al Daddy’s Pride e lì è emerso anche il tema della povertà dei papà separati! Poi ho pensato di farne un libro, ho scelto alcune storie secondo me rappresentative ma, questa decisione è maturata anche grazie agli input che alcuni di loro mi hanno dato, nel senso che sono stati proprio loro a chiedermi di scriverlo, in qualità, diciamo così di portavoce. Poi, man mano che lo scrivevo è maturata in me l’idea di scrivere anche la mia di storia, perché ho avuto un percorso di riavvicinamento alla figura paterna e, anche grazie a quanto ho visto, sono stata in grado di rielaborare il rapporto padre-figlia».
Prima di avvicinarti a questo mondo, anche per lavoro, avresti mai pensato da donna che potessero esistere situazioni di questo tipo?
«No! Sinceramente no, perché, diciamocela tutta, la cultura dagli anni ’70 in poi ha portato a fare emergere il problema della donna: violentata, maltrattata, ecc. Non è che non sia vero che le donne si possano trovare in queste situazioni ma è altrettanto vero che mediaticamente l’uomo non ha avuto le medesime attenzioni. In famiglia cosa è successo? La donna spesso, non potendo conquistare posizioni di potere nella società lo ha fatto in famiglia: così in famiglia la figura del padre è cambiata. Poi ci sono anche situazioni limite che, purtroppo, non sono poco.
In aggiunta mettiamoci anche l’aspetto economico, ti faccio un esempio parlando di me: se io, che sono precaria, dovessi separarmi, mi assicurerei uno stipendio fisso! E’ il Tribunale che mi permetterebbe di averlo anche se la legge 54/2006 sull’affidamento condiviso parla di “mantenimento diretto” il che vorrebbe dire: quando il bambino è con me pago io, quando è con te paghi tu. La sussistenza dell’assegno di mantenimento sta creando sempre nuovi poveri e, soprattutto, un bambino non costa 500 euro al mese!
I tribunali, non voglio dire che siano mammocentrici, ma in Italia, purtroppo, tendono a dare quasi sempre ragione alle donne anche per una questione culturale».
Raccontaci delle tue associazioni?
«Quelle che seguo io sono due ma ne esistono tantissime, io seguo: Figli Liberi e Papà Separati Lombardia ma, non ne fanno parte solo padri, ci sono anche delle madri, nonni e le compagne dei papà separati.
Come spiego in una delle storie uno dei protagonisti è il fondatore di una di queste associazioni. Lui racconta come sia riemerso dal dolore grazie anche all’associazionismo: prima c’è stata la fase del dolore totale e poi la fase della fattività, del fare qualcosa. Le associazioni funzionano, in primis, come centro di ascolto, di autoaiuto, per un papà che si ritrova nel turbinio della separazione. Le statistiche dicono che nel 75% dei casi sono le donne che decidono di separarsi e quasi sempre sono anche le prime a rifarsi una vita, l’associazione può essere un modo per farlo sentire meno solo, fargli capire cosa sta succedendo, cosa potrebbe succedere, come tamponare al meglio le possibili situazioni di conflitto. Con noi collaborano gratuitamente avvocati e psicologi.
Le associazioni servono anche per farsi sentire, per esempio: abbiamo organizzato un convegno sul tema della casa Una casa per papà, perché spesso dopo la separazione i papà restano senza ma non possono accedere alle case popolari, non rientrano nelle categorie ISEE. Al convegno era presente un dirigente dell’Aler Lombardia che ha, poi, comunicato la notizia che l’Aler ha messo a disposizione delle case anche ai genitori separati facendoli rientrare tra gli aventi diritto».
Perché il tema della casa è così fondamentale?
«Perché la casa non è la casa per il papà ma la casa per il bambino, come dice la legge 54/2006 sull’affido condiviso: il bambino deve avere un luogo dove potere ricostruire l’affetto anche con il genitore non collocatario: un luogo degno! Basta con i papà costretti a portare i figli in giro al freddo e al gelo o per ristoranti».







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