di Marta Migliardi
Roberta di Lorenzo è, innanzitutto, una donna bella, simpatica e colta con cui è molto gradevole conversare. Non mi stupisce che sia stata notata da un grande della canzone italiana come Eugenio Finardi (che ha portato all’ultimo Sanremo proprio un pezzo scritto dalla Di Lorenzo E tu lo chiami Dio), così come non mi stupisce che già con il suo primo album, L’occhio della Luna, abbia attirato l’attenzione del Premio Tenco. Nel suo secondo lavoro Su questo piano che si chiama terra, l’eccellente cantautrice molisana affina ancora di più il suo rapporto tra parola e musica e si rivela in tutta la sua classica ed elegante ironia, fatta di semplicità e di giochi di parole astuti ma mai banali. Alla ricerca di stabilità, attraverso la spiritualità ma da un punto di vista ancorato a terra, Roberta di Lorenzo sa coinvolgere con parole, voce, musica. «Questo è il lavoro in musica della consapevolezza e della crescita, degli occhi ben aperti sul mondo e oltre.»
Su questo piano che si chiama terra, è il tuo ultimo album. Come mai questo titolo?
«Il titolo è un gioco con la parola piano e terra. Quindi il piano è dove noi ci appoggiamo nonché lo strumento musicale e terra è il nostro punto di vista. Una visione della vita dal basso verso l’alto che ci spinge verso tematiche come la spiritualità come nel brano E tu lo chiami Dio (ndr presentato da Eugenio Finardi nell’ultimo festival di Sanremo scritto da Roberta). Ad un certo punto ho sentito la necessità di pormi domande su cosa c’è oltre e dentro di noi, la ricerca dell’assoluto che parte dall’interno. Ovviamente è una visone che, voglio sperare, accomuni tutti gli uomini, a prescindere da credo e dalla fede».
Tu sei molto conosciuta proprio per la spiritualità dei tuoi testi tant’è che, anche a Sanremo, E tu lo chiami Dio, è stato definito il testo più profondo. Come ti viene l’ispirazione per i tuoi testi?
«E’ tutto abbastanza relativo a quello che viviamo, al momento storico. L’album precedente, invece, L’occhio della Luna è stato definito un lavoro molto femminile, dove ho cercato di entrare nei meandri di alcune figure di donna che potessero essere attuali ancora oggi come Antigone e Circe. In realtà c’era molto di me, era un po’ un gioco a coprirsi. Attualmente invece ho tolto le maschere, quindi ho aperto le porte. Il tutto è ben rappresentato anche dalla copertina dell’album dove mi si vede mentre apro una gabbia. Un passaggio oltre, ma anche un coraggio di, finalmente, parlare di Roberta. Mi ispira tutto ciò che vivo e che guardo».
Hai parlato di femminilità. Senza entrare nella retorica, cosa significa per te essere donna oggi?
«E’ molto più facile esserlo oggi che qualche tempo fa. Basti pensare anche solo al diritto di voto, che abbiamo ottenuto molto tardi o la possibilità di vivere l’arte: nell’antichità l’arte veniva negata alle donne tant’è che anche nelle rappresentazioni erano solo gli uomini a recitare. Le donne erano viste solo come madri, protettrici della casa. Io non sento la difficoltà di essere cantautrice, credo che conti la meritocrazia anche se in alcuni ambiti ancora non è l’unico parametro».
A causa di Psiche è il primo singolo estratto. E’ evidente la tua profonda cultura classica…
«Fortuna o sfortuna, questi 5 anni di Liceo Classico mi hanno impregnata di cose che pur non volendo mi sono entrate dentro! (ndr ride). Anche in questo album, quindi, c’è il richiamo a psiche che in greco significa anima ma che è stato ri occidentalizzato come psiche, ovvero mente. Quindi gioco con questa parola ma anche con il percorso labirintico della nostra mente. Nel video questo è stato rappresentato molto bene, ovvero la volontà di uscire dai meandri della mente e ritrovare la capacità di respirare, di camminare. La mente, la memoria, è una specie di arma a doppio taglio: possiamo fare di lei la nostra migliore alleata o la nostra peggiore nemica».
Com’è nata la tua collaborazione con Eugenio Finardi?
«E’ nata nel 2007 durante un’audizione a Bra dove cercava musicisti e coristi per il nuovo tour. Io non mi sono mai sentita a mio agio nella veste di corista, ci andai un po’ per gioco e un po’ per sfida. Senza base e senza chitarra, e cantai una canzone di De Andrè. Lui mi chiese se avessi brani miei ed io gli cantai Faccia. Lui rimase colpito e tutto ebbe inizio da lì. Non mi volle come corista però mi propose di fare un album siccome avevo tanti pezzi e gli piaceva come scrivo. Gli devo molto perché ha creduto in me ed è nato lì il secondo tempo della mia vita artistica. Ho avuto anche modo di aprire per quasi tre anni i suoi concerti, quindi ho fatto molta palestra anche perché lui è un grande professionista da cui ho carpito tanto ed è stato una scuola anche di vita».
Tu cosa pensi del fenomeno dei talent show?
«Credo che sia il figlio del nostro tempo. Non so se giusto o sbagliato ma è naturale che ci sia. Io sono democratica rispetto alle varie forme di arte e di generi musicali, anche se quando mi chiedono: che genere di musica fai? rispondo: che genere di domanda è? (ndr ride). E’ una realtà che non si può evitare. Una volta c’era il calzolaio, portavi le scarpe e spettavi una settimana. Oggi c’è il centro commerciale. Sono comunque felice quando vedo che dai talent escono delle realtà interessanti. E’ una vetrina ma la personalità è un’altra cosa e la dedizione che si da a questo mestiere è qualcosa che non tutti sanno apprendere».
Il video di A causa di Psiche è disponibile su youtube, per info: www.robertadilorenzo.it







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