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NUOVI RADICALISMI

di Juri Casati

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Oggi, dopo una lunga incubazione cominciata negli anni Sessanta – e soprattutto grazie alla fine della guerra fredda combinata all’esplosione di internet – il virus del pensiero anarchico, che in realtà sarebbe più corretto definire come «pensiero antiautoritario», ha ripreso prepotentemente vigore e si è diffuso ovunque.

Guerra fredda e internet? Mi spiego meglio. La fine della guerra fredda ha creato le condizioni psicologiche che hanno reso possibile una diffusione su larga scala del pensiero antiautoritario. Infatti quando è venuta meno la grave e incombente minaccia rappresentata dalla guerra fredda – cioè la possibilità che scoppiasse una guerra nucleare tra superpotenze che avrebbe cancellato l’umanità – è venuto meno anche quel particolare legame psicologico che aveva sospeso, messo in sordina e anestetizzato molte altre istanze minori pur di rispondere a quella enorme minaccia immediata. E noi sappiamo bene che sono proprio le minacce immediate a cementare – forse per un retaggio di qualche istinto primordiale difensivo – i legami dei gruppi e a creare identità collettive. Un gruppo cioè non si crea per caso, ma si aggrega per rispondere a una minaccia, vera o presunta che sia. Quindi l’identità collettiva che c’era stata fino a quel momento, quando è venuto meno il suo collante, si è sfaldata lasciando il campo a fermenti individuali e di piccoli gruppi – che fino ad allora erano stati relegati in secondo piano – la cui identità si è plasmata in opposizione a nuove, diverse e, per forza di cose, «minori» minacce: locali, culturali, filosofiche, ambientaliste e così via. Intendiamoci: non è stato un evento né giusto né sbagliato in sé. È stato un fenomeno che si è verificato e che si sta verificando ancor oggi sotto i nostri occhi.

Non basta. La contemporanea ascesa globale nell’uso di internet ha amplificato a dismisura queste nascenti tendenze individualistiche, frantumando la proposta civile in microistanze.

In questo caso siamo di fronte a un fenomeno di portata epocale che potrebbe avere ricadute politiche ora inimmaginabili. Infatti di solito le posizioni individuali o settarie non riescono ad esprimere una posizione che tenga presenti interessi più ampi. Pertanto tali posizioni, proprio perché non tengono conto di nessun altro punto di vista al di fuori del proprio, di solito sono anche molto più radicali rispetto alle posizioni espresse da una collettività organizzata che si pone l’obiettivo di crescere assorbendo nuovi consensi e che, per farlo, deve cercare di fare una sintesi delle varie idee in circolazione, cioè fare un’opera di mediazione.

Sono stati i partiti, i sindacati, le Istituzioni civili, le grandi ideologie e le gerarchie religiose che, bene o male fino ad oggi, si sono incaricati di operare queste grandi sintesi e mediazioni. Oggi però essi appaiono del tutto superflui agli occhi dei tantissimi, singoli o gruppi, che non sentono un grande bisogno né di coalizzarsi, organizzarsi e riconoscersi in essi né tantomeno di conquistare stabilmente consensi con la mediazione, ma che vogliono semplicemente proliferare liberamente in questa convulsa assemblea studentesca mondiale rappresentata da internet, dove chiunque ha il diritto di cercare visibilità e di attirare l’attenzione prendendo la parola per due minuti prima di essere sommerso da un’altra voce che gli ruba la scena per venti secondi e che verrà interrotta da qualcun altro e così via.

In effetti bisognerebbe a questo punto domandarsi se, davanti alla diffusione prepotente del punto di vista individuale amplificato da internet, forse non stia andando in crisi proprio il modello di rappresentanza democratica a cui siamo abituati, che oggi si trova ad affrontare richieste, talvolta tiranniche, da parte di minoranze motivate a scapito di maggioranze apatiche.

Se è evidente lo stato di crisi in cui versa il modello di rappresentanza democratica fin qui adottato, ciò che non è chiaro è dove condurrà questa crisi.

Infatti se è vero che ogni gruppo si sedimenta in risposta ad una minaccia, e dopo che nemmeno il terrorismo internazionale è stato percepito come un nemico unificante, nessuno è stato ancora in grado di indicare chi possa rappresentare una minaccia unificante su larga scala, a meno di non prendere per buona la provocatoria tesi espressa da Ronald Reagan davanti alle Nazioni Unite: «Talvolta penso a come sparirebbero velocemente i nostri contrasti se dovessimo affrontare una minaccia aliena proveniente da un altro mondo».

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