Intervista allo storico tastierista dei Nomadi, Beppe Carletti e a Irene Fornaciari, due dei protagonisti di Monza for Animals, il 7 Luglio all’Autodromo.
Di Colombo e Migliardi
Un tranquillo sabato di giugno ci muoviamo alla volta di Brescia, per intervistare Beppe Carletti, storico tastierista dei Nomadi. Suoneranno, la sera stessa, a Cascina San Giacomo, Rezzato, provincia di Brescia. Il nome non ci dice niente. Fortunatamente ci sono cartelli, da un certo punto in poi, ad indicarci la strada. Curve, rotonde, piccoli rettilinei: la città è lontana. Carletti è un uomo semplice, gentile e disponibile, uno di quelli che si starebbero ad ascoltare per ore, che esprime una saggezza popolare genuina e ha gli occhi immensamente buoni. Dalle sue parole capiamo quello che è il vero spirito Nomade: l’antidivismo per eccellenza e l’amore per i paesi, grandi e piccoli, perché la musica, se ce l’ahi nell’anima, la puoi portare ovunque. E se fino all’inizio del concerto, ci domandavamo un po’ scetticamente chi mai poteva giungere in quel luogo isolato, alla fine davanti allo spazio gremito di gente di ogni età che cantava le loro canzoni ci siamo ricredute e siamo state orgogliose di aver coinvolto proprio i Nomadi ( che vi ricordiamo suoneranno al Monza for Animals il 7 Luglio all’autodromo di Monza) nel nostro concerto a favore degli animali e non solo per lo zoccolo duro di fan e di seguito che da quasi 50 anni si portano dietro, ma soprattutto per la franchezza, per quell’aria di festa senza ruffianerie e senza idoli che si è creata durante tutta la serata. Vi aspettiamo a braccia aperte a Monza, abbiamo bisogno di questa sincerità e di questa musica che unisce 5 generazioni.
Tu sei la memoria storica dei Nomadi, presente sin dall’inizio, hai vissuto il gruppo in ogni sua evoluzione…ce le racconti?
L’evoluzione nel gruppo è stata “forzosa” perché siamo cambiati in seguito a mutamenti che non erano certo voluti. Un gruppo è come una famiglia: ci sono quelli che si allontano da casa e vanno a vivere da soli, quelli che purtroppo non ci sono più perché Dio li ha voluti con Lui e, nel corso degli anni, c’è anche qualche piccolo litigio! L’evoluzione è dovuta a tutti questi fattori e dalla volontà di andare sempre avanti, di guardare avanti per la passione che da sempre ci porta a fare questa vita. Il fatto che proveniamo tutti da paesi, dal primo all’ultimo dei Nomadi nessuno mai era originario della città, ci ha aiutato a rimanere sempre fedeli a noi stessi, alla nostra storia perché noi nel paese riconosciamo le nostre origini e valori. Non che nelle città siano tutti più “leggerotti” ma di certo in città c’è uno stile di vita molto differente, è un’altra dimensione, e credo che per portare avanti una storia come quella dei Nomadi ci vogliono delle radici profonde. L’anno prossimo saranno 50 anni di vita dei Nomadi, io ci sono da sempre e sono l’ultimo rimasto e posso davvero dire che la nostra è una storia bellissima! Siamo i più longevi, pur avendo cambiato una ventina di persone nella formazione dal ’63 ad oggi, siamo ancora qua e questo è importante perché significa che siamo riusciti a tramandare anche ai più giovani di noi il nostro modo di essere: persone normali, semplici anche se molto fortunate perché riusciamo a vivere di una passione!
E’ proprio il fatto di vivere di una passione che ci deve rendere forti, e di poche storie…bisogna essere concreti, tenere i piedi per terra senza farsi prendere da tante balle… perché la verità è che oggi ci sei, tutti ti vogliono e il giorno dopo la gente ti gira le spalle! E’ così che funziona, l’ho visto con tanti colleghi…per questo bisogna rimanere sempre se stessi, non perdere di vista le proprie radici perché questo sistema ti può portare a crederti, in certi momenti, di essere un altro ma il problema è che questo è deleterio. A tanti accade, raggiunta una certa dimensione, di partire con la testa, e questo i Nomadi fortunatamente non lo hanno mai fatto. Bisogna tenere presente che può sempre esserci qualcuno più bravo, qualcuno che ha più successo, due cose che non sempre vanno di pari passo fra l’altro e, soprattutto, bisogna sempre tenere presente che prima che bravi musicisti bisogna continuare ad essere delle brave persone. Noi rimaniamo legati alle vecchie abitudini perché questo ci permette di rimanere integri.
Per questo voi suonate negli stadi come nelle piazze…
A noi proprio non cambia niente perché la musica si può fare dappertutto! Davanti a 5000 come davanti a 500 persone! Anzi, talvolta è più bello suonare in realtà più piccoline che nei palazzetti, ci vuole uno spirito di adattamento sempre vivo, non bisogna essere selettivi e dire qui suono, qui no…perché ogni posto è buono per divertirsi, il calore delle persone non si misura sulle dimensioni del luogo. Non abbiamo mai detto: “noi suoniamo solo nelle grandi città” perché sappiamo che i paesi hanno un valore immenso, sono le nostre grandi città!
Nella storia dei Nomadi e ancora oggi quanto ha contato e conta ancora Augusto?
Senza Augusto probabilmente non ci sarebbero stati neanche i Nomadi, anche oggi conta, eccome! Si torna al discorso delle radici che bisogna mantenere…solo su delle fondamenta buone si può continuare a costruire. Augusto era il Nomade per eccellenza, io ho avuto la fortuna di vivere con lui trent’anni, su e giù dal palco…abbiamo avuto una vita bellissima perché non abbiamo mai avuto niente da dire. Io talvolta mi trovo a chiedermi se lui certe cose le farebbe o non le farebbe, certamente in relazione ai tempi che cambiano un’evoluzione c’è stata e probabilmente Augusto ci si sarebbe trovato nel nuovo perché lui era uno di spirito, uno aperto di vedute e sempre curioso di apprendere cose nuove. Non si può cancellare Augusto, lui è ancora vivo, nel cuore di tante persone come nel mio cuore. Io e Augusto siamo davvero cresciuti insieme, fin da ragazzini, e poi abbiamo condiviso tante esperienze e soddisfazioni. Fin dall’inizio per noi la cosa importante era fare ciò che amavamo, suonare, ed abbiamo avuto tanta fortuna, anche quella di collaborare a lungo con un bravissimo musicista come Francesco Guccini che ci ha dato molte sue canzoni, pezzi per i quali noi eravamo davvero giusti!
Perché hai deciso di aderire a Monza for Animals?
Sono un amante degli animali, soprattutto cani. Ne avevo quattro che ora, purtroppo, sono tutti morti di vecchiaia… così da poco ho preso un cucciolotto da un canile. Gli animali sono fantastici, in molte cose più intelligenti delle persone. Credo che chi ama gli animali ami anche le persone, ho invece dei dubbi sul fatto che chi non li ama possa amare i propri simili! E’ solo una mia considerazione, dicendo questo non voglio offendere nessuno, però credo davvero che sia così!
Nella lunga discografia dei Nomadi c’è una canzone che ti è rimasta più nel cuore?
Non c’è, le amo tutte, comprese quelle che non hanno avuto un grande successo!
Al Monza for Animals sarà presente anche Irene Fornaciari, con cui voi vi siete esibiti anche sul palco sanremese, com’è nato il vostro incontro?
E’ nato da una telefonata di Zucchero, con cui c’è una conoscenza trentennale, che mi ha chiesto di incontrarci perché voleva farmi sentire una cosa…Ci siamo visti, mi ha fatto sentire la canzone e mi ha chiesto: “cosa ne penseresti di andare a Sanremo con mia figlia?” “Perché no!” è stata la mia risposta, è giovane è brava…e siamo partiti!
Raggiungiamo , telefonicamente, Irene Fornaciari, anche lei una delle protagoniste del Monza For Animals
Da dove nasce il tuo amore per gli animali?
Io sono sempre stata circondata da animali, mio padre ha una fattoria e quando ero piccola passavo tutte le mie giornate nella stalla con i cavalli, gli asini e le mucche…
Tante collaborazioni importanti…cosa ti hanno lasciato?
Ogni collaborazione è per me importante perché lascia sempre qualcosa e arricchisce… Anche in quest’ultimo disco, Grande Mistero, ho avuto modo di collaborare con musicisti molto bravi, come ad esempio Ron, Enrico Ruggeri, Max Pezzali ed è stata un’esperienza che mi ha insegnato molte cose nuove perché loro mi hanno trasmesso parte della loro esperienza e passione per la musica!
Sono persone che hanno moltissimo da dare e insegnare per cui ti lasciano senza dubbio delle forti emozioni e finisci con il sentirti arricchito!
Quando e come hai deciso di dedicarti alla musica?
E’ strano ma fino a diciotto anni è stato come se cercassi di reprimere e tenere nascosta questa mia passione per la musica…forse perché vedevo che questo non è un lavoro tutto rose e fiori, vedevo la vita che faceva mio padre e mi rendevo conto che questo è un mestiere davvero molto impegnativo…mio padre non ha mai pause, lavora sempre…sta sempre al telefono oppure è in giro in tour per lunghi periodi, ha sempre il cervello in moto alla ricerca di nuove idee…insomma, tutto questo trambusto mi faceva un po’ paura! Alla fine, però, questa passione che porto nel sangue è esplosa e mi sono dovuta fare coraggio! Il mio problema all’inizio era legato al fatto che sono molto, molto timida e quindi non volevo che gli altri, nemmeno i miei familiari, mi sentissero cantare…cantavo sotto la doccia e quando ero sola! E’ stata mia sorella a registrarmi di nascosto e fare sentire ai nostri genitori la mia voce e il mio modo di cantare: tutti si sono davvero stupiti, non se lo aspettavano! La mia avventura musicale è iniziata nel 2003, con il musical I dieci comandamenti, perché fino a quel momento, l’anno prima, avevo fatto solo un concertino a Forte dei Marmi, dove vivevo, in cui avevo cantato due o tre canzoni con il mio babbo…lì ho percepito che il pubblico aveva avuto una bella emozione e mi sono persuasa a impegnarmi per andare avanti!
Gioie e dolori dell’essere una figlia d’arte?
All’inizio è sicuramente un’agevolazione perché le porte sono subito tutte aperte, però ben presto ci si trova a fare i conti con i pregiudizi. Ci si scontra con veri e propri muri di preconcetti e bisogna col lavoro e col tempo impegnarsi ad abbatterli e, secondo me, il modo migliore è suonando il più possibile, facendo tanti live, perché li viene fuori chi sei e quello che sai davvero fare…
Cos’hai imparato da tuo padre “uomo”, al di là del mestiere che fa?
Sicuramente l’idea che per ottenere qualcosa bisogna davvero lavorare sodo! Che bisogna essere costanti e credere in quello che si fa, perché è l’unico modo per avere risultati. Mi ha poi insegnato il valore delle cose, anche del denaro, perché lui da ragazzo non era certo ricco, si è sudato tutto quello che ha avuto, e per questo mi ha insegnato il valore di ciò che si ha.
E da tuo padre artista?
La sua prima lezione è sempre la costanza, l’impegno! Sicuramente possono capitare ispirazioni geniali in venti minuti, per cui scrivi una cosa fantastica di getto, ma anche scrivere è un lavoro e con il tempo e la pratica si migliora sicuramente!
Il tuo rapporto con la Brianza?
Il mio rapporto con la Brianza, in realtà, si traduce nel mio rapporto con Davide Van de Sfroos, che ho avuto la fortuna di conoscere e che per me è davvero un uomo saggio! E’ una persona che ha davvero tante cose da dire e insegnare… talvolta è persino difficile conversare con lui perché conosce davvero tantissime cose di ogni argomento e finisci col sentirti impreparato. Ad esempio a Sanremo eravamo a tavola ed ha iniziato a parlarmi della libellula: di come vola, dei suo comportamenti…sapeva tutto, non ci potevo credere! Poi ha scritto Grande Mistero, che è sicuramente un testo criptico che ha realizzato apposta per me dopo una lunga chiacchierata che abbiamo fatto su tante cose della vita…per me è un capolavoro, mi sono sentita davvero onorata.
Cosa ti ha spinto ad aderire a Monza for Animals?
Ho davvero apprezzato tanto la voglia di fare qualcosa in difesa dei diritti degli animali e la possibilità di unire le persone per lo scopo concreto di un aiuto ai cani vittime della sperimentazione. Amo molto gli animali, il mio cane, ad esempio mi ha insegnato tante cose e mi ha cambiato la vita. Se il giorno in cui ho incontrato Gianlupo, solo, infreddolito e spaventato, sotto una pioggia battente davanti ad un albergo di Caserta, non lo avessi preso e portato via con me non me lo sarei mai potuta perdonare. Oramai è parte della mia vita, è una responsabilità e una gioia. La sua compagnia è addirittura terapeutica: quando sono stanca, triste, arrabbiata prendo Gianlupo ed andiamo a farci una passeggiata…e mi sento subito meglio!
Speriamo, attraverso le parole di due dei protagonisti dell’evento concerto a favore degli animali ( di cui, ricordiamo, i proventi andranno all’Enpa sez. Monza e Brianza per la costruzione di un centro di recupero per cani da laboratorio) di avervi trasmesso il nostro spirito, quello che ci ha guidati in un’impresa tutt’altro che facile, ovvero l’organizzazione del più grande concerto per i diritti degli animali: l’amore per la musica e per gli animali, che esulano dalle mode e dalle plagerie.
Ci vediamo il 7 Luglio.
Per info: www.monzaforanimals.it
Biglietti TicketOne e Happyticket








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